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LA PSICOLOGIA DEL RIMPIANTO E DELLA DELUSIONE: CONSIGLI UTILI PER EVITARE ALCUNI TRA I PIÙ GROSSI RIMPIANTI DI SEMPRE!

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(nell’immagine “Il rimorso di Oreste” di Giorgio De Chirico del 1969)

Se si è sempre pensato che rimpianto e delusione fossero sinonimi o se si fossero usati indiscriminatamente senza conoscerne il vero significato questo articolo mette finalmente chiarezza e trasparenza.

Prima però di esaminarne i dettagli bisogna che si faccia un passo indietro parlando di cosa sono le “aspettative”. Chiunque si trovi a dover prendere una decisione si trova a doversi scontrare con una scomoda nemica/amica: l’incertezza. Non sapere come andranno le cose a seguito di una nostra decisione dilania e destabilizza l’animo, soprattutto se la decisione da prendere è piuttosto rilevante. Nel corso dell’evoluzione quindi, l’uomo ha cercato di vincere il braccio di ferro con l’incertezza attraverso lo sviluppo di uno strumento non sempre efficace (purtroppo): le aspettative. Aspettative rispetto alle conseguenze possibili alle nostre azioni e sugli eventuali scenari futuri.

Tutti noi, anche se non ne siamo perfettamente consapevoli, prendiamo delle decisioni proprio a partire da queste aspettative formatesi a seguito di tutte le esperienze che abbiamo vissuto nel passato e che continuiamo a vivere nel presente.

Benché spesso (per fortuna) capiti che le aspettative si rivelino effettivamente occorrenti, molte volte così non è ed ecco quindi che rimpianto e delusione iniziano a fare capolino nella nostra esperienza emotiva.

Proviamo l’emozione del RIMPIANTO quando nella valutazione di come sono andate le cose, riteniamo che un’altra nostra decisione o scelta avrebbe avuto effetti migliori, completamente diversi: abbiamo preso una cattiva decisione a seguito di aspettative non corrette; il locus of control, ossia la percezione di controllo che si ha è interna.

Proviamo l’emozione della DELUSIONE quando invece le cose non vanno come sarebbero dovute andare (secondo noi…) a causa di fattori non determinati dalla propria volontà o condizionati dal proprio sistema decisionale. In questo caso la percezione di controllo è esterna a sé stessi (locus of control esterno).

Si tratta di due emozioni negative accomunate dall’incertezza, dal rischio e dalla comparazione tra ciò che è accaduto e ciò che sarebbe potuto accadere. Una prima evidente differenza tra le due emozioni è rappresentata dal concetto di RESPONSABILITA’. Chi prova rimpianto si ritiene responsabile dei risultati ottenuti a differenza di chi si sente deluso che invece attribuisce la responsabilità a eventi esterni o ad altri “agenti”. Da questa apparentemente banale differenza derivano tutta una serie di differenze nell’espressione emotiva e comportamentale a seguito della sperimentazione di entrambe queste complesse emozioni dal polo negativo. Chi prova rimpianto è arrabbiato soprattutto con sé stesso e nella maggior parte dei casi vorrebbe correggere l’errore e una seconda possibilità; chi si sente deluso esperisce invece un grosso senso di impotenza e bassi livelli di energia, crede cioè di non poter far nulla di diverso.

Il rimpianto è possibile non solo per decisioni effettivamente prese e dalle conseguenze, ma anche da decisioni che si sarebbero volute prendere e che attivamente non si sono prese. L’unica cosa che sembra cambiare in queste due condizioni, secondo gli studi, è il tempo intercorso e i livelli di “dispiacere” vissuti. Nello specifico il dispiacere per le azioni effettivamente intraprese è maggiore nel breve tempo mentre a lungo termine sembrano essere più spiacevoli le decisioni che si sarebbero volute prendere e che nella pratica non si sono intraprese.

A livello pratico inoltre, rimpianto e delusione giocano un ruolo anticipatorio rispetto al modo di comportarsi. Se il rimpianto solitamente porta la persona a minimizzare al massimo una futura azione simile, alla delusione fanno seguito comportamenti di fuga dalle situazioni simili a quelle recentemente deludenti o addirittura di inerzia o repulsione per situazioni affini.  Altre possibili strategie per affrontare le due emozioni negative, soprattutto il rimpianto, sarebbero quelle di rimandare nel tempo la decisione da prendere, un po’ perché si teme che si tratti di una decisione complicata e un po’ perché si potrebbero cercare, nel frattempo, degli indizi o degli accorgimenti che renderebbero migliore la presa di decisione. Il rimpianto infatti, se “usato” bene, fornirebbe la motivazione a correggersi per il futuro e a cercare nuovi e più compatibili elementi in grado di rendere meno “fallibili” gli esiti delle decisioni da prendere.

Strettamente allacciato al tema del rimpianto è il lavoro della infermiera australiana Bonnie Ware, che prima in un blog e successivamente in un libro dal titolo “Vorrei averlo fatto. I cinque rimpianti più grandi di chi è alla fine della vita”, ha sintetizzato i più grandi rimpianti di tutte le persone che purtroppo si trovavano alla fine dei loro giorni. Sorgono spontanee delle domande che forse non ci siamo mai posti, del tipo:

  • COSA VORREMMO AVER FATTO??
  • DI COSA CI SIAMO PENTITI?
  • QUAL E’ IL NOSTRO PIU’ GRANDE RIMPIANTO?
  • SE POTESSIMO PARLARE A NOI STESSI NEL PASSATO, CHE COSA DIREMMO O CONSIGLIEREMMO DI FARE?

Traendo spunto dai 5 rimpianti più grandi trovati dalla Ware, si potrebbero fornire degli utili consigli che sebbene non attuabili nella pratica per tutti, potrebbero almeno costringere alla riflessione e alla conoscenza più approfondita di sé stessi, delle nostre aspettative passate e presenti, delle nostre decisioni e delle conseguenze a breve e a lungo termine.

Uno dei rimpianti è legato al lavoro; “Vorrei non aver lavorato così tanto”, che si traduce nel rammarico di non aver dato il giusto valore alle cose, di non aver valorizzato gli affetti e le persone significative a causa dell’erronea percezione di assolutezza che il lavoro rappresenta o SEMBRA rappresentare per noi: PROVIAMO A VALORIZZARE LE PERSONE CHE ABBIAMO AL NOSTRO FIANCO E CONSIDERIAMO IL LAVORO NON PIU’ IMPORTANTE O ESCLUSIVO DI QUELLO CHE EFFETTIVAMENTE SIA;

Un altro rimpianto è collegato all’allontanamento, forse automatico e senza cause apparenti, dagli amici: “Vorrei essere rimasto in contatto con i miei amici”. Nella frenesia della vita quotidiana probabilmente non riteniamo rilevante il ruolo dell’amico o lo diamo per scontato. NON E’ MAI TROPPO TARDI PER MANDARE QUEL MESSAGGIO CHE AVREMMO VOLUTO INVIARE A QUEL NOSTRO AMICO; RIPROVARE A CONDIVIDERE TUTTE QUELLE GRADEVOLI SENSAZIONI DI COMPLICITA’ E AFFETTO NON HANNO PREZZO NE’ SCADENZA.

“Non ho avuto il coraggio di esprimere e dimostrare le mie emozioni a chi amavo o amo”. Non si sa per quale dannato motivo, ma esiste una PAURA davvero bloccante: la paura di dire quanto si sia felici insieme agli altri, quanto si amino i propri amici, i propri amori, i propri figli; la paura di abbracciare o baciare. Più si cresce e più si ritengono queste manifestazioni d’affetto inusuali e fuori luogo. NIENTE DI PIU’ SBAGLIATO!!!! PRENDIAMO CON TUTTE DUE LE MANI IL CORAGGIO E DICIAMO AGLI ALTRI TUTTO QUELLO CHE PROVIAMO. REGALIAMO NOI STESSI E QUELLO CHE DI PIU’ CARO E PREZIOSO ABBIAMO, LE NOSTRE EMOZIONI, ALLE NOSTRE RELAZIONI SIGNIFICATIVE. Probabilmente sembrerà complicato e forse un po’ lo è davvero per tantissimi motivi (forse ci scriverò un altro articolo…boh…n.d.a.), ma NE VALE LA PENA.

Un altro rimpianto si combina con la propensione a vivere secondo regole e principi che non sembrano rappresentarci fedelmente: “Vorrei aver avuto il coraggio di vivere una vita fedele ai miei princìpi e alle mie regole e desideri e non quello che gli altri si aspettavano e volevano da me”. Sono svariatissimi i motivi e molti sembrano essere pure abbastanza validi, ma alla lunga il rimpianto pesa di più oltre al TEMPO PERSO. Anche per questo rimpianto è fondamentale il CORAGGIO. IL CORAGGIO DI ESSERE FEDELI AL PROPRIO MODO DI ESSERE, AL PROPRIO SLANCIO VITALE, AI PROPRI DESIDERI. Molto probabilmente saremmo delle persone migliori anche per gli altri se prima di tutto decidessimo di assecondare il nostro vero IO.

Il quinto dei rimpianti sembra accomunare tutti i precedenti perché riguarda il rimpianto di NON ESSERE STATO FELICE. Sono perfettamente consapevole di come alle volte non siamo padroni di quello che ci accade e di questo dobbiamo prendere atto ACCETTANDO QUESTO STATO DI COSE. MA NON DIMENTICHIAMO CHE ABBIAMO UN SPAZIO EMOTIVO INFINITO CHE CI E’ STATO REGALATO nel quale possono CONVIVERE contemporaneamente SOFFERENZA E AMORE, FELICITA’ E RAMMARICO, ECCITAZIONE E RISENTIMENTO…… se dobbiamo impegnarci per qualcosa scegliamo di farlo per cercare di ESSERE IL PIU’ POSSIBILE FELICI, non fosse altro per evitare di trovarsi a fronteggiare il RIMPIANTO IN UN SECONDO MOMENTO, quando forse potrebbe essere troppo tardi.

Concludo con una frase di Mark Twain: “Tra vent’anni sarai più dispiaciuto per le cose che non hai fatto che per quelle che hai fatto. Quindi sciogli gli ormeggi, naviga lontano dal porto sicuro. Cattura i venti dell’opportunità nelle tue vele. Esplora. Sogna. Scopri”.

Ricordo i riferimenti bibliografici, da cui ho tratto le riflessioni, per chi volesse approfondire l’argomento: “Cassandra’s Regret: The Psychology of Not Wanting to Know” di  Gerd Gigerenzer e Rocio Garcia Retamero pubblicato nel 2017 su Psychological Review;“Vorrei averlo fatto. I cinque rimpianti più grandi di chi è alla fine della vita” di Bonnie Ware del 2012 e pubblicato da Mylife editore; “On the psychology of ‘if only’: Regret and the comparison between factual and counterfactual outcomes” di  Eric van Dijk  e Marcel Zeelenberg pubblicato nel 2005 su Organizational Behavior and Human Decision Processes; “On bad decisions and discon® rmed expectancies: The psychology of regret and disappointmen” di Marcel Zeelenberg e colleghi e pubblicato su Cognition and Emotion nel 2000.