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Psicologia e coronavirus, uno sguardo alla sindrome del burnout negli operatori sanitari

(dettagli Dell’immagine: Cremona, 8 Marzo 2020. Un’infermiera Si Riposa Durante Un Turno Di Notte Nell’ospedale Della Città. (Francesca Mangiatordi, @france_exa Via Reuters/Contrasto)

(dettagli immagine dell’articolo: Cremona, 8 marzo 2020. Un’infermiera si riposa durante un turno di notte nell’ospedale della città. (Francesca Mangiatordi, @france_exa via Reuters/Contrasto)

Ogni momento di destabilizzazione è quasi sempre un momento nel quale impegnarsi a ristabilire un nuovo equilibrio più funzionale e adattivo. Non vi è dubbio che l’attuale situazione mondiale rientri all’interno della categoria dei “MOMENTI DI DESTABILIZZAZIONE”.

Il Coronavirus sta mettendo a dura prova la capacità innata umana del riadattamento in maniera brusca e violenta richiedendo uno sforzo ancora maggiore e lasciando per strada i cocci di un vecchio equilibrio ormai IN-ADATTO.

Tra tutti quelli che stanno vivendo con più severità e difficoltà questo momento vi sono gli operatori sanitari (infermieri, medici, psicologi, logopedisti, fisioterapisti, OSS, OSA…spero di non aver dimenticato nessuno) che da ogni parte lanciano le loro silenti grida di allarme emotivo. Si tratta di persone che condividono con tutto il resto della popolazione la PAURA e gli attimi di scoraggiamento e pur nonostante continuano a lavorare con dedizione e passione garantendo il massimo impegno e una qualità eccellente al servizio sanitario.

Ma a che PREZZO?? Quali potrebbero essere i risvolti emotivi e cognitivi di questa resistenza a oltranza??

Nel 1974 lo psicologo tedesco Herbert J. Freudenberger utilizzò il termine BURNOUT per descrivere una condizione di esaurimento fisico ed emotivo che caratterizza alcune situazioni lavorative, soprattutto quelle d’aiuto (nello specifico dell’articolo di Freudenberger operatori sanitari di un reparto di igiene mentale, n.d.a.). Qualche anno dopo, nel 1982 la psicologa americana Christina Maslach trovò tre fattori caratterizzanti le situazioni di BURNOUT:

  • Esaurimento emotivo, una volta che tutte le risorse emotive volte a fronteggiare vanno via via terminando e si manifesta con una sensazione di stanchezza e di vuoto che provoca una sorta di “SVUOTAMENTO EMOTIVO”;
  • Depersonalizzazione, che si manifesta con comportamenti negativi e ostili nei confronti dei colleghi o degli utenti del servizio: verrebbe quindi a essere minata una caratteristica FONDANTE della professione d’aiuto, l’EMPATIA;
  • Realizzazione personale, che influenza la percezione della propria efficacia ed efficienza lavorativa, diminuiscono quindi i livelli di autostima individuale e professionale e le necessità di desiderio di successo.

Generalmente l’operatore sanitario non giunge direttamente a un livello di burnout completo ma attraversa alcune fasi, individuate grazie al lavoro dello psicologo Marco Luigi Bellani e dei suoi collaboratori nel 2002;

  • In una prima fase chiamata di “entusiasmo idealistico”, l’operatore ancora apparentemente lontano dalla Sindrome da Burnout si concentra sulle proprie motivazioni consapevoli sia relative al lavoro che non: l’entusiasmo di essere di sostegno per i pazienti, migliorare la condizione esistenziale di tutto il mondo sanitario, la consapevolezza di svolgere un lavoro sicuro e stimato, l’approfondimento professionale sempre puntuale e rigoroso per essere sempre sul “PEZZO”;
  • Nella seconda fase detta di stagnazione, il super investimento e l’entusiasmo iniziale lasciano spazio ad un graduale disimpegno e a una profonda delusione influenzando gli atteggiamenti dell’operatore sanitario che diverrebbe più chiuso nei confronti degli utenti e dei colleghi;
  • La terza fase è sicuramente quella più critica, la frustrazione, dovuta alla percezione di non essere più d’aiuto per l’utenza, senso di inutilità, grosso senza di impotenza, vissuti di perdita (soprattutto se operatori inseriti in reparti di urgenza, intensivi,etc..). Ad aggiungersi a questi vissuti di natura individuale vi sarebbero uno scarso apprezzamento sia da parte dei superiori, sia da parte degli utenti e la convinzione di non essere più adeguati a svolgere quel lavoro. La frustrazione avrebbe come conseguenza atteggiamenti aggressivi (verso sé stesso o verso gli altri) o veri e propri comportamenti di fuga dalla realtà percepita come insostenibile (assenza ingiustificate, frequenti assenze per malattia);
  • La quarta fase è una ovvia conseguenza della precedente fase di frustrazione nella quale il graduale disimpegno emozionale porta il soggetto a percepirsi come un “MOTORE FUSO”, morto professionalmente.

Gli effetti del burnout riguardano a 360° l’intero mondo sanitario:

  • da un punto di vista individuale l’operatore sanitario presenta delle pesanti ripercussioni emotive, cognitive e somatiche (aggressività, isolamento, abuso di sostanze, bassa autostima, distacco emotivo, sospettosità, senso di impotenza, difficoltà di concentrazione, senso di debolezza, inappetenza, disturbi intestinali, insonnia, emicrania, vertigini, tachicardia…etc…);
  • l’utenza “subisce” il burnout dell’operatore che inevitabilmente incide sulla qualità del servizio professionale e la comunità TUTTA risente globalmente di queste frizioni, mettendo in campo azioni e investimenti ancora più sostanziali e gravose.

Si tratta di una sindrome psicologica non facile e difficile da gestire ma qualora ci si scoprisse totalmente immersi in questo immenso vortice emotivo-cognitivo-somatico bisognerebbe CHIEDERE AIUTO ai professionisti del settore che in momenti come quello che stiamo vivendo sono disponibili anche ON-LINE.

Contemporaneamente sarebbe utile concentrarsi su alcune importanti questioni e CONSIGLI:

  • ACCETTIAMO DI VIVERE QUESTO complesso quadro sindromico;
  • RICONOSCIAMO I FATTORI PREDISPONENTI IL NOSTRO MALESSERE EMOTIVO: prenderne consapevolezza vuol dire delineare i contorni di un’esperienza emotivamente confusa e apparentemente insostenibile;
  • RICONOSCIAMO, laddove presenti, LE RELAZIONI TRA IL NOSTRO VISSUTO PERSONALE e le reazioni emotivo-cognitivo-comportamentali alla situazione causa di burnout;
  • EVITIAMO L’ISOLAMENTO, ma sforziamoci con ogni briciolo residuo di volontà e motivazione di condividere con le PERSONE SIGNIFICATIVE il nostro vissuto emotivo; spesso accade di pensare di non voler deprimere le persone che amiamo con i nostri problemi, le nostre paturnie, le nostre emozioni negative…NULLA DI PIU’ SBAGLIATO: in realtà le stiamo arricchendo di quello che ci è più caro…le nostre emozioni;
  • ESAMINIAMO BENE LA REALTÀ e scacciamo quell’alone di confusione e demotivazione che offusca i motivi che ci hanno spinto a intraprendere un lavoro così bello ed edificante;
  • ACCETTIAMO ANCHE LE SITUAZIONI PIÙ INSOSTENIBILI e ricostruiamo piano piano un NUOVO EQUILIBRIO, più adatto a fronteggiare situazioni di emergenza eccezionali;
  • ACCETTIAMO LA NOSTRA NON ONNIPOTENZA, alcune volte capita di non riuscire ad essere di aiuto, ci capita di perdere un paziente, di vederlo soffrire e non poter fare niente…ACCOGLIAMO questa terribile emozione e concentriamoci su quanto abbiamo fatto in nostro potere e quanto riusciremo a fare in futuro con altri pazienti;
  • FOCALIZZIAMO L’ATTENZIONE SUGLI ASPETTI POSITIVI DEL LAVORO in luoghi particolari, come a esempio la terapia intensiva o qualunque altro luogo nel quale gli operatori sanitari vivono la loro missione: l’intensità del lavoro, il punto di forza dell’approccio arricchente con i parenti, livelli alti di feedback percepiti, perché sono visibili i risultati del proprio lavoro, membri dello staff considerato come risorsa e conseguente ottimo riconoscimento di competenza ed abilità, alto livello di impegno ed entusiasmo soprattutto se vi sono alti livelli di interazione tra i colleghi, lavoro d’equipe e approccio multidisciplinare;
  • IMPARIAMO AD ALLENARE LA RESILIENZA.

Ho scelto di concludere questo articolo riportando un messaggio che ho inviato ad un’amica infermiera in Lombardia impegnata in corsia, che durante una nostra conversazione esprimeva dubbi sulle proprie capacità nel fronteggiare situazioni altamente dolorose da li a qualche giorno, sofferenza dei pazienti, l’aumentare del numero dei casi, impotenza….etc….

“…Qualunque cosa bruttissima potresti vedere e vivere in questi giorni è senza ombra di dubbio terribile….Purtroppo il tuo lavoro spesso di porta ad affrontare il TERRIBILE, ed io non dubito tu possa affrontarlo….soprattutto perché HAI SCELTO di fare uno dei lavori più belli del mondo…HAI SEMPRE VOLUTO AIUTARE GLI ALTRI…..Sei forte nel tuo lavoro e dai sempre il massimo….. DA ORA dovrai accogliere tutte quelle emozioni spiacevoli che probabilmente arriveranno a seguito di situazioni TERRIBILI…..diventeranno ulteriori strumenti di un’ARMATURA invisibile che ti permetterà di svolgere il tuo lavoro sempre MEGLIO e ad accogliere le SFIDE senza mai dimenticare chi sei, per quale motivo hai fatto quelle scelte e cosa ti continua a spingere ad andare avanti!…”

Per chi fosse interessato può consultare degli interessanti spunti bibliografici: l’ormai pietra miliare “Staff burn out” di Freudenbreger del 1974 e pubblicato su  J Soc Issues e “Burnout, the cost of caring,” di Maslach, del 1982 e pubblicato su Prentice Hall Press “Burnout in hospital nurses: a comparison of acquired immunodeficiency syndrome, oncology, general medical, and intensive care unit nurse samples” di G. Van Servellen e colleghi e pubblicato nel 1993 nel J. Prof. Nurs; il capitolo “La sindrome del burnout” nel libro “Psiconcologia” di Bellani e colleghi del 2002; “Sindrome da Burnout nelle professioni sanitarie: analisi dei fattori eziologici” del 2008 pubblicato su Rivista di psicologia clinica ad opera di colleghi genovesi che voglio nominare tutti: Ombretta Puricelli, Simone Callegari, Valdemaro Pavacci, Alessandro Caielli ed Edoardo Raposio.