Ludopatia e Gioco d’azzardo (se di “gioco” ancora si tratta)

Steven Spinello Psicologo Ludopatia Gioco Azzardo Caltanissetta

Premetto sin da subito che questo articolo non vuole demonizzare i giocatori occasionali, ossia tutte quelle persone che hanno un rapporto con il gioco cosiddetto d’azzardo limpido, semplice e controllato. Questo articolo nasce invece dal bisogno di conoscenza e dal valore chiarificatore che alcune delle cose che verranno espresse avranno nei confronti di tutta la comunità civile nella quale viviamo, perché la ludopatia è una forma di dipendenza e quindi di “malattia” che non appartiene ai soli protagonisti attivi o al loro nucleo familiare ma alla società tutta. L’immagine di copertina dell’articolo è tratta da uno dei 18 dipinti del pittore statunitense Cassius Marcellus Coolidge al quale vennero commissionati dalla società pubblicitaria Brown & Bigelow nel 1903 dipinti raffiguranti cani in pose umane, 9 di questi il pittore scelse di dedicarli a cani che giocavano a poker; il nome di questo dipinto è “A Friend in Need”.

Riflettendo sui dati a disposizione, riporta il sole 24 ore in un articolo del 2018 che “…nel 2016 gli italiani hanno speso 96 miliardi di euro tra videolottery, bingo, scommesse virtuali, pronostici sportivi e altri giochi d’azzardo” e che “…in Italia, sono circa 12mila gli individui in cura per ludopatia; è solo la punta di un iceberg”. In effetti è proprio così e se possibile il dato è in continua crescita sia in termini di intensità che di frequenza.  In media sono più gli uomini a giocare d’azzardo in modo compulsivo anche se le donne evidenziano una più rapida progressione temporale tra il gioco d’azzardo ricreativo e quello patologico: 1 anno per le donne e quasi 5 per gli uomini.

E se per un attimo sorvolassimo il mondo delle potenziali conseguenze avverse del gioco d’azzardo rilevate in tantissimi disegni di ricerca troveremmo una moltitudine di eventi che abbracciano i vari ambiti dell’esistenza di un qualunque essere umano: l’ambito familiare con ultra-evidenti malfunzionamenti delle relazioni familiari con possibile violenza domestica incluso abuso del partner o dei figli, gioco d’azzardo minorile; ambito individuale con eventuale abuso di alcool e di sostanze, emersione di disturbi psicopatologici rilevanti come depressione maggiore, disturbo di personalità antisociale, disturbo da deficit di attenzione, etc., ideazione suicidaria e tentativi di suicidio; ambito economico come bancarotta, perdita di lavoro, condizioni di povertà evidenti, con possibili ingressi in ambienti non proprio salubri da un punto di vista legale come prostituzione, furto, ricettazione, etc.

Per molti l’ingresso all’universo dei giochi d’azzardo è spesso legato a un grave evento stressante, anche se non è sempre così. Alcuni autori chiamano in causa l’aumentata accessibilità e la persistente esposizione alle attività legate al gioco d’azzardo, altri ancora affermano che all’inizio della sua “carriera” un giocatore patologico ha sperimentato una grossa vincita che ha funzionato da attrattore all’ingresso nel gioco d’azzardo. Negli anni 90 il professor Richaed Rosenthal ha individuato 4 fasi che una persona attraverserebbe.

 La prima è la fase della vincita nella quale il giocatore gode dei fasti della vittoria e del prestigio acquisito, sviluppando un grandioso senso di potere che controbilancerebbe situazioni stressanti familiari o lavorative. La vittoria viene anche riferita alle proprie capacità e abilità personali (locus of control interno) aumentando i propri livelli di autostima e di self-efficacy.

La seconda fase chiamata fase perdente, è caratterizzata da perdite che si rincorrono sempre più con le vittorie (poche). Il giocatore prova a recuperare i soldi persi con l’ennesima scommessa o con l’ennesima giocata spesso non riuscendoci e accumulando stress e frustrazione nella speranza di poter recuperare e gioire delle vincite. C’è da evidenziare che le ingenti perdite vengono riferite non più a sé stesso ma a condizioni sfavorevoli esterne, la sfortuna (locus of control esterno). Spesso in questa fase la persona si indebita ed esaurisce le proprie disponibilità economiche ottenendo un prestito dai familiari, dietro alla millantata promessa di smettere di giocare non appena si sarà recuperato tutto.

In una terza fase definita di disperazione, la spirale delle ingenti perdite e delle non ragguardevoli vittorie conduce il giocatore a non poter più contare sull’apporto dei familiari e degli amici con i quali ha ormai interrotto informalmente ogni seria e sincera relazione significativa a causa di rabbia, vergogna e senso di colpa. Le uniche risorse monetarie di cui si disporrebbe purtroppo provengono dall’ingresso in giri illeciti, razionalizzati per evitare la dissonanza cognitiva che ne seguirebbe con pensieri del tipo “lo faccio soltanto per recuperare tutto ciò che ho perso, ma poi lascio perdere con queste cose!!”. La fase della disperazione è spesso anche il teatro di orribili tentativi di suicidio.

La quarta fase è purtroppo opzionale, anche se l’auspicio di tutti la vorrebbe sempre presente e riguarda la ricerca di aiuto e supporto specialistico; il più delle volte a questo grado di consapevolezza il giocatore giunge grazie all’aiuto della sua rete familiare, lavorativa o amicale. Sono frequenti in questa fase depressione, pensieri suicidi e sintomi psicosomatici come insonnia, ipertensione e/o disturbi gastro-intestinali.

Approfondendo il vissuto emotivo del giocatore patologico sottolineiamo che l’ambiente nel quale viene agita la compulsione patologica diventa un luogo nel quale socializzare, nel quale non pensare ai problemi che si sono lasciati a casa pieno di colori e suoni che ricordano l’infanzia e il gioco, quindi colmo di feedback positivi. I legami familiari si sono pian piano consumati fino alla perdita totale di fiducia e intimità con il partner o con figli e relazioni significative in genere. Moltissimi sperimentano enormi sensazioni di vergogna, di perdita di controllo o sensi di colpa per la situazione in cui ci si è cacciati. Tutti questi vissuti emotivi potrebbero condurre a suicidi sia tentati che portati a termine: una ricerca americana del 2000 riporta una percentuale spaventosa del 17-24 % di tentati suicidi confessati dai membri dell’Associazione Giocatori Anonimi.

Da un punto di vista comportamentale la vincita in denaro rappresenta il rinforzo positivo che incoraggia il comportamento compulsivo, ossia una sorta di “zuccherino” per la persona che interpreterebbe il rinforzo, appunto, come un premio soprattutto perché intermittente e mai certo e prevedibile per cui perpetuato sistematicamente con bassissimi rischi di estinzione spontanea. Oltre al premio in sé vi sono altri tipi di rinforzi positivi: quello sociale attraverso l’interazione con gli operatori degli esercizi commerciali specifici per gioco (centri scommesse, sale bingo etc..) e stimoli visivi e uditivi con colori sgargianti e suoni invitanti.  Un’altra possibile spiegazione comportamentale potrebbe riguardare il rinforzo negativo, la rimozione cioè di uno stimolo spiacevole: in generale infatti iniziare un comportamento senza portarlo a termine comporta una sensazione sgradita, per cui un giocatore che non avesse ancora recuperato le perdite o raccolto vincite significative continuerebbe a giocare per allontanare la sensazione avversa.

Numerosissimi sono anche gli errori di pensiero: credere in amuleti o oggetti in grado di allontanare la sfortuna, aspettarsi che dopo una serie di sconfitte arriverà molto probabilmente la vincita, tenere in memoria più saldamente i ricordi delle vincite e accantonare selettivamente i ricordi delle sconfitte, credere che le vincite siano correlate ad altissime abilità individuali mentre le sconfitte da fattori esterni al proprio controllo.

Relativamente alle basi biologiche riscontrate vi sono evidenze circa una disfunzione nel sistema di produzione, alterazione e rilascio della serotonina che media il controllo degli impulsi, della dopamina, legata ai meccanismi di ricompensa e rinforzo, della noradrenalina legata all’eccitazione e alla ricerca di sensazioni forti. Studi di neuro imaging hanno documentato una ridotta attività della corteccia prefrontale ventromediale nei giocatori d’azzardo, un’aerea coinvolta nei processi decisionali e nel controllo degli impulsi.

Risulta chiaro da quanto esposto che si tratti di una dipendenza da attenzionare e che riguarda purtroppo migliaia di persone in Italia; si tratta di una dipendenza e non di un “vizietto” facilmente arginabile e controllabile. Ogni problema ha una sua soluzione, basta esserne consapevoli e soprattutto rivolgersi ai professionisti del settore che saranno in grado di accompagnare la persona in un percorso di ritrovato benessere personale e relazionale. Sono tantissimi i servizi territoriali che giungono in soccorso, per fortuna, delle persone o dei familiari che dovessero riconoscersi o riconoscere un aspetto problematico legato al rapporto con il gioco d’azzardo (Sert, comunità terapeutiche, etc..). Segnalo la rete di ascolto per la ludopatia promossa dall’ADOC (associazione difesa e orientamento consumatori) che già da qualche anno promuove attività di sensibilizzazione sul tema, oltre che a reindirizzare a consulenze e al sostegno psicologico o legale attraverso il numero verde unico (in questo caso Sicilia) 800768019 e sul sito www.aiutoludopatia.eu.

Concludo con la frase di una splendida scrittrice e giornalista, Matilde Serao, che in un frase ormai storica rivolta al “lotto” e ai napoletani in qualche modo abbraccia la questione gioco d’azzardo (nel suo insieme) ponendo interessanti e forti parallelismi quanto mai attuali: “Ma come tutti i sogni troppo pronunziati, il lotto conduce alla inazione ed all’ozio: come tutte le visioni, esso porta alla falsità e alla menzogna; come tutte le allucinazioni, esso conduce alla crudeltà e alla ferocia; come tutti i rimedi fittizi che nascono dalla miseria, esso produce miseria, degradazione, delitto…”.

Invito i colleghi psicologi che volessero approfondire l’argomento a consultare il volume “Il gioco d’azzardo patologico: Una guida clinica al trattamento” di  Marc Potenza e Jon Grant edito da Springer nel 2010.