Il viaggio del cibo: dalla bocca al mondo

Steven Spinello Psicologo Cibo Mondo Antropologia Alimentazione Caltanissetta

Probabilmente non se lo è mai chiesto nessuno ma sarebbe davvero interessante conoscere il motivo per cui il cibo è assolutamente importante e fondamentale per l’essere umano (oltre i motivi apparentemente ovvi). Quali potrebbero essere oggi i significati simbolici e le forme che il cibo assume e soprattutto che ripercussioni avrebbero su noi tutti. L’immagine di copertina è tratta da un’opera del pittore del 500 Giuseppe Arcimboldo che era solito combinare elementi della stessa matrice per produrre opere d’arte e spesso prendeva in prestito prodotti ortofrutticoli e alimentari in genere.

Prima di iniziare questo viaggio nel mondo dei significati simbolici, antropologici e psicologici del cibo partiamo dal regno a noi più familiare, quello animale. Per tutti gli animali (noi compresi) il cibo rappresenta un fondamento indispensabile a causa dei suoi valori nutritivi essenziali indispensabili per la vita. Se andassimo indietro con la storia ci troveremmo di fronte una miriade di animali che nel costante e faticoso procacciamento di cibo per rimanere in vita, perlustravano l’ ambiente circostante e si adattavano a quello che più era semplice reperire, una sorta di adattamento ambientale che nel corso dell’evoluzione ha “costretto” (secondo alcuni e non tutti gli studiosi) alcuni di questi animali a conformare anche le proprie caratteristiche fisio-biologiche, pensiamo alla dentatura degli erbivori vs carnivori o alle differenze strutturali dello stomaco del carnivoro vs stomaco dell’erbivoro.

Tutt’oggi il nostro sistema di classificazione di molte specie animali si basa sulla preferenza nutritiva dei suddetti, onnivori o carnivori o erbivori: in questo modo il cibo inizia a rappresentare un valore simbolico (in questo caso di classificazione) che devia rispetto alla sua funzione primaria nutritiva, perché se per caso lo stessimo dimenticando le prime funzioni del cibo sono quella energetica, plastica (di ricambio e accrescimento dei tessuti) e bioregolatrice.

Un’altra funziona del cibo, a esempio, è quella d trasmettere modelli e significati socio-culturali. Un esempio si palesa immediatamente e riguarda una componente delle organizzazioni sociali fondanti: la famiglia che è anche uno dei principali istituti in cui si preparano e si organizzano la maggior parte dei pasti. Pensiamo a come negli anni la trasmissione di status e di ruolo della donna abbia condizionato le menti di moltissimi che ieri e forse ancora oggi (soprattutto nel sud italia, o in alcune culture orientali) ritengono la donna come unica deputata a occuparsi della preparazione e organizzazione dei pasti, al contrario dell’uomo che invece dovrebbe occuparsi esclusivamente di compiti specificatamente diversi (superiorità vs subalternità). In questo modo il cibo è stato o è ancora veicolo di status e ruoli simbolici determinanti, a volte, e condizionerebbe la formazione di aspettative di ruolo fino a diventare spesso stereotipo culturale.

Un’altra funzione, soprattutto nelle società industriali occidentali con la ricerca affannosa di diete (spesso casalinghe purtroppo) e l’attenzione quasi ossessiva per cibi ipocalorici, è di condizionamento dell’estetica del corpo (sia maschile che femminile) che ha notevolissime ripercussioni sia a livello individuale con acquisizione di sicurezza, potenza e alti livelli di autostima, che a livello relazionale influenzando il settore erotico-sentimentale e lavorativo della persona.

Il cibo è anche uno strumento rappresentativo preso a prestito da moltissime ricorrenze religioso-sociali, pensiamo a esempio al simbolo della festa di Halloween: la cucurbitacea per eccellenza “la zucca”, o a tutti quei cibi che si mangiano soprattutto in alcuni periodi dell’anno: dalla “colomba” pasquale al “panettone” natalizio o per la ricorrenza della festa dei morti (a Caltanissetta, la “martorana”, n.d.a.); relativamente al settore religioso ricordiamo il digiuno per la Quaresima (veicolo di purezza) con la sospensione volontaria di cibo, o al simbolo per il cristianesimo del corpo e del sangue di Cristo: il vino e il pane, o alla restrizione per alcune religioni di particolari cibi come per i musulmani e la carne di maiale: in tutti questi casi il cibo ha lasciato spazio a un coacervo di significati simbolici pieni “zuppi” di significato.

Relativamente ai significati che il cibo è riuscito a infondere e riprodurre per la psicologia della persona consideriamo il legame indissolubile ed estremamente significativo che si crea tra madre e bambino nei primissimi giorni di vita (teoria dell’attaccamento docet, n.d.a.) e che è veicolato (ancora una volta) da un alimento indispensabile: il latte, che oltre a tutti i valori nutritivi decisivi in quel particolare momento di vita simboleggia e contribuisce a rinsaldare il legame eterno e mai smentito tra figura di accudimento e bambino: controllo, sicurezza, dipendenza, protezione sono solo alcuni dei significati veicolati. Il cibo nel corso della crescita della persona rimane costantemente presente e interviene nella trasmissione di svariatissimi significati e al condizionamento di plurimi attegiamenti e comportamenti (non sempre ideali): protesta o ribellione (“Non ho voglia di mangiare con voi!!”) soprattutto in adolescenza (ma non solo), consolazione (“Mangio per dimenticare…”, “Sono troppo amareggiato, non mangio”!) educazione (“Stasera a letto senza cena”). Ovviamente mi sento di annoverare tutti quei disturbi psicosomatici legati al sistema alimentare per sottolineare la relazione attiva e mai celata tra cervello e cibo (d’altronde il cervello “funziona” grazie ai nutrienti sintetizzati dei cibi ed è anche la sede di tutte le funzioni psicologiche, n.d.a.): stipsi, diarrea, gastrite, colite, inappetenza, etc…. Esistono purtroppo anche delle psicopatologie rilevanti del comportamento alimentare che “violentano” prepotentemente il benessere e la tranquillità di chi ne è direttamente o indirettamente coinvolto (anoressia, bulimia).

Relativamente all’ambito socio-familiare menzioniamo tutti quei legami nati e rinforzati dalle cene di famiglia nucleari o allargate o a quei pranzi di lavoro che riuniscono colleghi che con la scusa della condivisione del pasto creano relazioni a volte significative. Pensiamo a quanto ci venga trasmesso dalla disposizione e dalla preparazione dei pasti: la posizione del capotavola o i primi a essere serviti al ristorante sono emblematici; la pizza del sabato sera con gli amici ha la stessa funzione di socializzazione e relazione e parte sempre dal presupposto di condividere il pasto con qualcuno. Durante le grandi ricorrenze come i matrimoni, a esempio, la qualità del cibo elargita ai commensali (e anche il suo costo purtroppo) coadiuva a rinforzare lo status e la posizione di potere di alcune categorie di persone rispetto ad altre.

Un altro complesso e intuitivo ruolo del cibo è riprodotto dalla sua commistione con la semantica e il linguaggio di uso comune. La quasi totalità degli esseri umani comunica attraverso il canale verbale che è (guarda caso) anche lo stesso con il quale assume il cibo. Esistono tantissime frasi, modi di dire o proverbi che riguardando a primo acchito il cibo restituiscono, a un’analisi più attenta, un significato più complesso e articolato. Elencherò alcune delle più comuni frasi: «digerire una situazione»; «ingoiare il boccone amaro»; «chi ha il pane non ha i denti»; «gli ha imboccato la risposta»; «la tua bocca puzza ancora di latte»; «parla come mangi»; «buono come il pane»; «pane per i tuoi denti»; «portare a casa la pagnotta»; «acqua in bocca», «pelo nell’uovo»; «una mela al giorno…»; «l’ospite è come il pesce…»; «minestra riscaldata»; “ti mangerei di baci”, etc…

Quanto finora detto deve stimolare nel lettore la voglia di osservare la mente umana costruire significati e legami a partire da elementi base che apparentemente non ne avrebbero. Tutto ciò non deve meravigliarci né spaventarci. Sottolineo, rasentando l’off topic che qualunque rapporto con il cibo che “deragliasse” dal normale al patologico va e deve essere affrontato e mai nascosto: esistono fortunatamente tantissimi professionisti pronti a combattere insieme a chi ha deciso di chiedere aiuto.

Concludo con la frase di uno dei fumettisti più famosi al mondo Charles M. Schulz: “Le giornate dovrebbero iniziare con un abbraccio, un bacio, una carezza e un caffè. Perché la colazione deve essere abbondante”.

Invito tutti gli interessati a consultare i seguenti riferimenti bibliografici: An exploration of the aversive properties of 2-deoxy-D-glucose in rats di Thomas Horman e colleghi del 2018 e pubblicato su Psychopharmacology; What Everyone Else Is Eating: A Systematic Review and Meta-Analysis of the Effect of Informational Eating Norms on Eating Behavior, di Robinson e colleghi del 2014 e pubblicato sul Journal of the Academy of Nutrition and Dietetics;  Psicologia della nutrizione di Enza Cela e pubblicato da Aracne srl; La psicologia a Tavola di Corner e Armitage del 2002 edito da Il Mulino; Towards a Psychology of Food and Eating: From Motivation to Module to Model to Marker, Morality, Meaning, and Metaphor, di Rozin del 1996 pubblicato dall’Università di Cambridge;Per una antropologia dell’alimentazione. Determinazioni, funzioni e significati psico-culturali della risposta sociale a un bisogno biologico di  Seppilli del 1994 e pubblicato su La Ricerca Folklorica;A perspective on disgust, di Rozin e colleghi del 1987 e pubblicato su APA psychNet.