Psicologia, bullismo e cyberbullismo: il ruolo del bullo

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Continuando nella disamina sul bullismo incontriamo in questo articolo il bullo e/o cyberbullo di cui verranno discusse le caratteristiche principali che potrebbero orientare al riconoscimento dei suddetti a educatori, genitori e vittime.

I ricercatori hanno sintetizzato due tipologie principali il bullo:

  • Il bullo dominante, caratterizzato da alti livelli di autostima, irrequieto, impulsivo, abbastanza prestante da un punto di vista fisico con bassi livelli di empatia, manipolatore, parla bene ed esercita la propria dominanza con forza e carisma;
  • Il bullo ansioso, profondamente insicuro, esercita l’aggressività come strumento di ricerca di attenzioni, alterna vicendevolmente ruoli di bullo e di vittima, solitamente non è riconosciuto leader né dagli appartenenti al suo gruppo né da se stesso.

Una prima caratteristica saliente del bullo è ciò che viene definito narcisismo personale, ossia il piacere provato per l’impatto di popolarità che può ottenere un suo atto deliberato sul “pubblico”, soprattutto se questo atto venisse filmato e condiviso da molti utenti del web: questo significherebbe che è piaciuto a tal punto da essere condiviso con relativo aumento del piacere che rinforza cosi la sua adulazione verso le proprie azioni aggressive.

Un altro meccanismo coinvolto in questo fenomeno è il “disimpegno morale”, un globale senso di distacco per gli effetti delle proprie azioni sugli altri. In ogni individuo esistono dei complessi meccanismi di autoregolazione comportamentali che vanno da sanzioni e punizioni interne (es. senso di colpa) e da ragionamenti e decisioni che conferiscono ai propri comportamenti fondatezza e validità: maggiore è il disimpegno morale e minore sarà il senso di colpa e il bisogno di riparare al male causato dalla condotta lesiva; se a un bullo o a un cyber bullo stessero per attivarsi le suddette sanzioni interne, tenderebbe a sminuire la gravità della condotta (etichetta mento eufemistico), assolverebbe il proprio comportamento trovando una valida motivazione morale (giustificazione morale),  esprimerebbe il suo disappunto confrontando il suo agire con quello di altri che fanno peggio (confronto vantaggioso), tenderebbe a trasferire la colpa ad altri e non a se stesso (dislocamento della responsabilità) o a tutto il gruppo nel quale è inserito (diffusione della responsabilità). Se invece concentrasse la propria attenzione sulla vittima dell’angheria tenderebbe a “deumanizzarla”, ossia a sottrarle tutte quelle caratteristiche che la rendono un essere umano degno di considerazione e rispetto, trattandola come un oggetto e conseguentemente giustificando la propria condotta aggressiva: UN OGGETTO NON PUÒ ESSERE COMPATITO!

I bulli sembrerebbero deficitari nel riconoscimento delle emozioni altrui e scarsamente empatici. Nello specifico il cyberbullo non accedendo alle componenti non verbali della comunicazione, come a esempio lo sguardo, non permetterebbe agli occhi attraverso le sue proiezioni nervose di condurre le informazioni alla corteccia orbito – frontale che insieme ad altre zone del cervello sarebbero responsabili della capacità di provare empatia con l’attivazione dei neuroni a specchio. Secondo Daniel Goleman questo processo rientrerebbe nell’ampio costrutto dell’analfabetismo emotivo, tipico di chi è incapace a riconoscere le proprie emozioni in sé stessi e negli altri. Se il cyber bullo, grazie alle eventuali garanzie dell’anonimato non si accorgesse della sofferenza della vittima potrebbe aumentare la sua dose di aggressività e violenza inferta: si attiverebbe una sorta di de-colpevolizzazione per le proprie condotte devianti.

Un aspetto a lungo indagato e dibattuto è quello familiare come promotore inconsapevole di comportamenti aggressivi e violenti dei figli. Se a esempio un bambino collegasse il proprio atteggiamento ostile alla resa del genitore che gli aveva fatto una richiesta onerosa, potrebbe introiettare il comportamento e generalizzarlo a ogni suo contesto di vita, a scuola o nel gruppo dei pari, ottenendo attenzioni e vantaggi sociali di ogni tipo.  Se a questa arrendevolezza si combinassero episodi di punizioni furenti, da parte del genitore, si accentuerebbe la consapevolezza del bambino nell’utilizzare condotte violente devianti per conseguire vantaggi interpersonali di ogni tipo. I bambini che vengono ripetutamente puniti o ripresi con violenza acquisirebbero un modello relazionale che si basa sulla violenza e accumulerebbero una tensione aggressiva, pronta a esplodere contro le povere vittime. Sembra ormai sdoganato il concetto di stile educativo punitivo come efficace a favore, invece, di uno stile educativo induttivo del genitore che mostri direttamente con esempi evidenti nella vita quotidiana gli effetti delle proprie azioni positive sugli altri favorendo un’interiorizzazione delle norme sociali da parte del bambino più marcata ed efficace. I bulli descrivono spesso le loro famiglie come meno coese e con confini invischiati o poco chiari tra ambiente interno familiare ed esterno extrafamiliare. Inoltre l’ambiente familiare del bullo sembra essere caratterizzato da uno scarso livello di comunicazione combinato ad un vissuto di eccessivo controllo sul proprio comportamento.

Anche da un punto di vista neuro-endocrino, ricorrendo a metodologie che rilevano la concentrazione ormonale dello stress, come adrenalina, noradrenalina e cortisolo, si è dimostrato che i bulli mostrano poca ansia e insicurezza oltre a livelli di autostima superiori alla media.

Tutte queste considerazioni devono aiutare tutti noi, che rappresentiamo il teatro nel quale il bullismo o cyberbullismo prendono scena, a riconoscere gli attori principali del fenomeno. Potrebbe essere duro da reggere o indurre un profondo senso di angoscia o vergogna nel genitore che dovesse riconoscere il proprio figlio come “bullo” ma girare la testa dall’altra parte per non affrontare il problema non è la soluzione più efficace, anzi rischierebbe di aggravarla e sappiamo bene, purtroppo, a cosa potrebbero condurre determinati atti di bullismo estremi. Affrontare i propri vissuti e richiedere la compartecipazione a tutti gli agenti educativi della società, oltre che a professionisti del settore, favorirebbe la presa di coscienza prima, e la progressiva risoluzione del problema in un secondo momento. Anche il bullo può cambiare ma prima deve accorgersi di avere un problema e se da solo non ci riuscisse ci sono i suoi istituti educativi che potrebbero aprirgli gli occhi.

Concludo con la frase del Medico psicoterapeuta Alberto Pellai: “In ogni storia di bullismo non c’è mai un vincitore e nemmeno un vinto: c’è solo un soggetto debole che se la prende con uno ancora più debole e approfitta dell’incompetenza e dell’analfabetismo emotivo che domina l’ambiente in cui entrambi vivono e si muovono per affermare un potere fittizio, fatto di degrado, umiliazione, solitudine e omertà”.

Invito chi volesse approfondire l’argomento a leggere il libro: “L’ età dei bulli. Come aiutare i nostri figli” di Luca Bernard e Francesca Maisano del 2018 e pubblicato da Sperling & Kupfer; “Il gioco crudele. Studi e ricerche sui correlati psicologici del bullismo” di Ada Fonzi del 1999 pubblicato da Giunti.