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Psicologia, bullismo e cyberbullismo: il ruolo della vittima

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Se spesso sentiamo parlare di bullismo o cyberbullismo è perché rappresenta un fenomeno quanto mai attuale e dai risvolti pericolosi da ogni angolazione lo si osservi. Come per tutte le cose del mondo informarsi e sapere di cosa si tratta può certamente aiutare ad avvicinare il mondo dell’ignoto, che spesso ci spaventa, con quello del noto, più facilmente rilevabile, controllabile e arginabile. Qualunque agente coinvolto nella formazione dei giovani ha il compito di SAPERE e CONOSCERE il fenomeno attraverso una formazione costante elargita da terzi o autonoma.

In questo articolo esamineremo il ruolo della vittima di bullismo e cyberbullismo per aiutare il lettore a familiarizzare con uno degli attori di questo pericoloso fenomeno. Seguiranno a questo articolo altri che cercheranno di focalizzarsi sugli altri attori del bullismo e cyberbullismo così da completare il cerchio di conoscenza.

Iniziamo con il distinguere alcune particolari tipologie di vittime:

Il primo tipo di vittima, definita provocatrice, è rappresentata da individui che con il loro comportamento “aizzano” gli atteggiamenti aggressivi dei bulli innervosendoli e scomodandoli a tal punto da far scattare in loro la pulsione prepotente; si tratta spesso di persone che desiderano l’accentramento delle attenzioni verso di sé e per ottenerlo mettono in atto modalità relazionali antipatiche ed esagerate a cui seguono a volte vere e proprie emarginazioni. Spesso presentano alti livelli di irrequietezza, irritabilità, ostilità, scarsa concentrazione. Il loro temperamento risulta sgradevole non solo al gruppo dei pari ma anche ad alcuni adulti, come insegnanti o parenti;

il secondo tipo di vittima, detta passiva o sottomessa riguarda individui timidi, isolati, arrendevoli per fatti che riguardano la loro onorabilità e i loro interessi e che preferiscono lasciar scorrere piuttosto che affrontare le situazioni perché si percepiscono inefficaci nella risoluzione dei problemi e presentano bassissimi livelli di autostima. Le vittime passive sono molto più numerose, rispetto alle provocatrici e sono più a rischio di depressione in seguito al ripetersi degli episodi spiacevoli.

Tra i diversi fattori di rischio nel diventare vittima vi è la disabilità fisica o mentale poiché rappresenterebbe un bersaglio facile e indifeso agli occhi di chi perpetuerebbe il ruolo di bullo. In genere, sembra che le vittime siano più spesso meno prestanti fisicamente rispetto alla media e conseguentemente non sarebbero favorite nell’esecuzione di attività sportive o nella partecipazione a giochi di squadre che migliorerebbero la socialità. Adolescenti chi si dichiarino vittime di cyberbullismo si percepiscono troppo in sovrappeso se comparati agli adolescenti che non si dichiarano cybervittime; adolescenti con una resistente rete di amici con meno probabilità si percepiscono eccessivamente in sovrappeso, sottolineando il valore positivo e protettivo delle relazioni amicali durante l’adolescenza.

L’emarginazione della vittima è un aspetto decisivo in quanto eviterebbe la costruzione di adeguate reti di supporto amicali che invece raffigurerebbero un importante fattore protettivo sia per la denuncia dei fatti che nella difesa diretta dall’aggressività. Una persona che soffre l’emarginazione degli altri desidera ardentemente il rapporto sociale e quando approcciasse qualcuno rischierebbe di inondarlo di questa voglia, diventando invadente ed esuberante: vantarsi troppo delle proprie capacità o di caratteristiche peculiari, insistere in maniera spropositata accentrando le attenzioni su di se e ottenendo quindi l’effetto opposto.

Il vantaggio del confidarsi o raccontare i propri problemi agli adulti aumenterebbe la percezione di conforto della vittima che non si sentirebbe da sola ad affrontare il carico emotivo dell’aggressione. I ragazzi sembrano avere più difficoltà nel raccontare le proprie difficoltà agli adulti o anche ai compagni forse perché si riterrebbe uno spione, oppure per il timore di ripercussioni vendicative ben superiori ai livelli di aggressività o violenza sia fisica che psicologica subita in precedenza oppure perché chiedere aiuto intaccherebbe le convinzioni di efficacia personale nel fronteggiare eventi ritenuti difficoltosi: se la situazione si risolvesse grazie alle proprie forze i livelli di autostima aumenterebbero considerevolmente. Purtroppo però ci sono delle cose che non possono risolversi esclusivamente grazie alle proprie forze e questo non deve abbassare i livelli della propria l’autostima. Chiedere aiuto richiede una imponente mobilitazione di forze, un buon livello di analisi della situazione oltre che favorire la costruzione di reti sociali solide e fortificate.

Relativamente all’aspetto familiare “tipico” dalle vittime troviamo delle famiglie molto unite, iperprotettive a tal punto da escludersi dai rapporti sociali con l’esterno creando un clima generale di isolamento marcato e riconoscibile: il bambino ha bisogno di sentirsi amato e apprezzato ma allo stesso tempo di sperimentare il giusto luogo per relazionarsi con i pari e sviluppare utili competenze sociali. Un’eccessiva iper-protezione suggerirebbe al bambino un “ambiente esterno” come insicuro e pericoloso.

A questo clima di isolamento sociale si aggiungerebbero dei vissuti di abbandono e di scarso rapporto di vicinanza da parte degli adulti significativi della vittima che non potrebbe così “distribuire” il peso della propria umiliazione. Adolescenti che si sentissero soli all’interno delle mura domestiche, che rappresentassero un basso coinvolgimento affettivo con i genitori o che avessero subito uno stile educativo vigorosamente autoritario o modalità relazionali disinteressate, saranno a più alto rischio vittimizzazione nel cyber bullismo. Una ricerca italiana condotta da Ada Fonzi e colleghi nel 1996 ha trovato che le vittime di bullismo carpivano una certa indifferenza da parte dei genitori quando raccontavano loro delle prepotenze fisiche e psicologiche subite dai bulli, contribuendo al mantenimento nel tempo dello status di vittima. La stessa ricercatrice, che si è ampiamente occupata di bullismo, ha trovato che riguardo al riconoscimento emotivo nelle vittime vi sia una generale immaturità nella capacità di identificare le emozioni, soprattutto la rabbia. La vittima avrebbe una sorta di deficit nel riconoscere i segnali anticipatori della rabbia del bullo che le impedirebbe di potersi difendere efficacemente.

Alcuni studi hanno enfatizzato il ruolo degli amici e dell’amicizia in generale come fattore protettivo nei confronti del rischio psicosociale delle vittime. L’amicizia è un legame affettivo che in un individuo in formazione (e non solo) svolge un ruolo decisivo: condivisione di affetti, di reciproco aiuto, difesa, cooperazione, collaborazione, creazione di un un’unità unica di due individui che si fondono ed esaltano le proprie caratteristiche. I soggetti con caratteristiche a rischio di vittimizzazione se hanno un buon gruppo amicale sono in grado di reagire e difendersi dal momento che l’amico in sé, rappresenta un “porto sicuro” di condivisione sociale in cui è possibile più facilmente adattarsi e in cui con più probabilità si riceverebbe supporto per fronteggiare ogni tipo di difficoltà.

Conoscere un fenomeno per meglio affrontarlo è la prima arma che abbiamo a disposizione e di cui dobbiamo avvalerci. Le vittime di bullismo e di cyberbullismo sono figli, fratelli, cugini, amici di tutti noi, anche se non ci riguardasse in prima persona. Abbiamo tutti una grossissima responsabilità morale e dei doveri di protezione e intervento nei confronti delle vittime. Forniamo supporto, impariamo ad ascoltare di più e a riconoscere i segnali del disagio perché far finta di nulla è deleterio, non chiedere aiuto non è sensato ma assolutamente umano. Qualunque genitore o insegnante o una vittima stessa di bullismo e cyberbullismo sa che troverà dei punti di riferimento nella società odierna in grado di accogliere e prendere in carico la problematica: psicologi, organi di polizia, insegnanti sensibili, genitori.

Concludo con un estratto di una lettera che Chiara, una ragazza di 14 anni vittima di bullismo ha deciso di pubblicare sul Corriere della Sera nel 2015: “È inutile nascondersi perché nel bene e nel male le cose si vengono a sapere lo stesso! Bisogna parlare soprattutto se è una situazione come la mia o come quella di tante altre persone, ma alle vittime dico: è bene farvi aiutare perché mi sembra inutile che gli altri vi rovinino la vita per niente, sono persone che non si meritano né la vostra attenzione né la vostra fiducia, ma soprattutto non si meritano il vostro rispetto e la vostra amicizia

Invito chi volesse approfondire l’argomento a leggere il libro: “L’ età dei bulli. Come aiutare i nostri figli” di Luca Bernard e Francesca Maisano del 2018 e pubblicato da Sperling & Kupfer; “Il gioco crudele. Studi e ricerche sui correlati psicologici del bullismo” di Ada Fonzi del 1999 pubblicato da Giunti.