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Tipologie e conseguenze psicologiche della dipendenza da social network

Tipologie E Conseguenze Della Dipendenza Da Social Network Steven Spinello Psicologo

Tantissimi scrivono o hanno deciso di affrontare la questione della dipendenza da social network. Oggi più che mai si sente l’esigenza di fare chiarezza su un fenomeno assolutamente nuovo e sconosciuto per certi versi e che genera paura. Da sempre ciò che sfugge alla comprensione perché nuovo o ciò che viola le consolidate abitudini e routine provoca timore, a volte a ragion d’essere e a volte no. Moltissimi sono i contributi sul fenomeno che è stato ed è attualmente attenzionato al “microscopio” da svariatissimi autori e discipline.

Tengo a precisare che nessuno, tantomeno chi scrive, ha l’intenzione di demonizzare i nuovi sistemi di comunicazione attuali perché sono indubbi i vantaggi globali che hanno apportato e riversano a cascata sulle vite di tutti NOI. L’attenzione è posta, in questo articolo, sui fenomeni che rientrano nel campo della dipendenza da manuale, sulle differenti tipologie e su alcuni possibili effetti spiacevoli in risposta a questo uso psicopatologico dei social.

La social network addiction o dipendenza da social è ciò che spinge l’individuo a connettersi ripetutamente per monitorare la propria pagina web, le proprie amicizie interattive e a ricercane sempre di nuove.

Lo studio della dipendenza da internet ha condotto gli studiosi a individuarne cinque tipi specifici: ripeto per i più distratti che tutte le descrizioni che seguiranno riguardano il mondo della dipendenza vera e propria, una dipendenza incontrollabile e compulsiva e non l’uso moderato degli strumenti che tutti noi usiamo quotidianamente.

Alcuni dei segnali a cui bisogna prestare attenzione riguardano a esempio il tempo che si riserva alla propria realtà virtuale, se si va a dormire con il telefonino, si gioca spesso online e/o si possiedono tanti profili sui social.

 Il primo tipo di dipendenza è stato chiamato “Cyber-relational addiction” e riguarda la dipendenza dalle relazioni di tipo virtuale.  Il mondo virtuale diventa il luogo privilegiato in cui incontrare persone e creare relazioni di ogni tipo; nei casi più estremi la realtà virtuale sostituisce, completamente o quasi, quella reale; le relazioni “offline” di amici e familiari occupano una posizione di svantaggio rispetto alle relazioni on line.  Una seconda tipologia di dipendenza è definita “Information overload” e si riferisce a tutti quei casi in cui l’individuo utilizza il web in modo anomalo e sovrabbondante ricercando ossessivamente informazioni sul web di ogni tipo, dalle più importanti alle più superflue. Il terzo tipo si chiama “Cybersexual addiction”,  una dipendenza vera e propria dal sesso virtuale con la frequentazione ossessiva di numerosi siti pornografici o chat in cui si pratica sesso virtuale; la facilità di accesso a queste piattaforme surclassa di netto i tentativi vis a vis di approccio o conoscenza di eventuali partner “reali”, generando pigrizia e un abbassamento della motivazione che arriverebbe a coinvolgere potenzialmente tutte le sfere relazionali ( non solo le relazioni a sfondo sessuale). Il quarto tipo denominato “Net compulsion” riguarda l’ambito ludico, della dipendenza da giochi d’azzardo o da ossessive ricerche di acquisti online. L’ultimo tipo di dipendenza individuato è la “Computer addiction”, una dipendenza dai computer, con la scelta di giochi interattivi che escludano gli altri e coinvolgano soltanto la persona senza avversari o compagni di gioco: solitari, giochi virtuali individuali.

In generale la dipendenza da Internet è considerata un fattore di rischio per l’emergere del cyberbullismo e a condotte sessuali pericolose, abuso di sostanze e isolamento sociale, tutti fenomeni deleteri e di cui spesso sentiamo parlare dalle più disparate fonti di informazione.

Dedicare molto tempo ai social network raffigurerebbe un pericolo per la rappresentazione che la persona costruisce della propria identità, soprattutto in un momento del ciclo della vita in cui la propria identità va delineandosi sempre più. La costruzione della propria identità risentirebbe infatti palesemente del contatto con la realtà propria della persona; va da sé che una realtà digitale non proprio coerente con quella reale, minerebbe questo processo di costruzione identitaria. Gli innumerevoli amici su Fb forniscono soltanto un’illusione del “pacchetto di amici veri” a disposizione nella vita di tutti i giorni. In media, nonostante le centinaia di amici dichiarati sui social, sono all’incirca 2-3 quelli a cui si decide di confidare i propri fatti o a cui chiedere consigli. Nonostante questi dati, la popolarità sul web, il numero di amici, l’importanza di far parte di un determinato gruppo, di essere apprezzati, stimati e di intrattenere un crescente numero di relazioni e scambi on line diventa un bisogno essenziale e necessario. L’utente e la sua identità sono individuate attraverso le pubblicazioni, il numero di amici o le immagini pubblicate; in qualche modo viene restituita un’immagine volutamente aumentata di sé e della propria identità e a volte anche diametralmente differente da quella reale.

La realtà online comprende regole e doveri differenti da quella offline. La rete è un luogo in i servizi influenzano la quotidianità di tutti determinando a volte scelte e comportamenti anche rilevanti. Grazie alla rete e ai suoi strumenti si godrebbe del dono dell’onnipresenza e si potrebbero svolgere una serie di attività contemporaneamente generando frenesia e annullando, a volte, il vero senso delle cose.  La tecnologia cambierebbe costantemente il modo di pensare dell’uomo, i suoi comportamenti e la sua qualità di vita.  Modi di pensare, comportamenti e relazioni mutano e si influenzano vicendevolmente subendo una modificazione in frequenza, intensità e strumenti.

Tra gli effetti dell’uso anomalo e aberrante dei social ve ne è uno noto come “Online Dishinibition effect” nel quale le normali restrizioni e inibizioni presenti nelle comuni relazioni faccia a faccia verrebbero disattese a vantaggio di comportamenti disinibiti; se è vero che in alcuni casi questa “disinibizione” risulterebbe in una facilitazione relazionale vantaggiosa per i ragazzi che comunicherebbero più apertamente e senza remore, in altri casi diverrebbe dannosa se si oltrepassasse il limite della buona decenza e dell’educazione diventando un vero e proprio comportamento deviante.

Un altro effetto dell’utilizzo robusto e corposo dei media è un costrutto largamente descritto da Goleman e definito analfabetismo emotivo, ossia l’incapacità di riconoscere le emozioni dell’altro e di sé stessi. In generale le emozioni e le loro rappresentazioni sono enormemente condizionate dai contesti socio-culturali nei quali l’individuo è inserito e hanno subito una notevole trasformazione dal cambiamento dell’uso dei media che da alcuni anni ha e continua a imperversare.

Se attenzioniamo il fenomeno della dipendenza dal punto di vista dei genitori e degli educatori in genere, vietare completamente l’uso dei social, del web, del telefonino, è pressocchè impensabile perché tutti oggi siamo immersi nella tecnologia; l’istituzione di regole invece sembra essere utile, soprattutto se motivate e rispettate da tutti, anche da chi le impone (non necessariamente avviene così). La punizione asettica, impositrice ed eccessivamente rigida chiude i cancelli della comprensione e del dialogo, elementi indispensabili alla crescita relazionale e maturativa del ragazzo. Sarebbe ad esempio auspicabile non installare un pc nella stanza del ragazzo o non permettergli di crearsi un account se non avesse compiuto almeno i tredici anni.

Come per tutte le dipendenze, chi mai dovesse accorgersi di sbilanciarsi da un uso corretto e costruttivo dei social a uno improprio e pericoloso DEVE sapere che esistono innumerevoli professionisti del settore in grado di raccogliere la consapevolezza del problema e risolverlo insieme alla motivazione della persona che parte proprio dalla presa di coscienza che qualcosa non stia andando per il verso giusto e che sia diventato ingestibile e incontrollabile.

Concludo con una frase di Vasco Rossi: “La libertà ci rende “uomini”. La dipendenza ci fa restare “animali”. La libertà ci rende responsabili. La dipendenza ci rende schiavi”, che evidenzia il ruolo di mancanza di “libertà” che la dipendenza crea a ogni livello e in ogni momento.

Invito chi volesse approfondire il tema di consulltare i contributi contenuti nel libro “L’età dei Bulli” di Bernardi e della collega psicologa Francesca Maisano del 2018; “L’intelligenza emotiva. Che cos’è e perché può renderci felici”di  Daniel Goleman,e pubblicato da BUR Biblioteca Univ. Rizzoli nel 2011; “The online disinhibition effect” di Sutler del 2004 e pubblicato su Cyberpsychologycal Behaviour; “Psychology of Computer Use: XL. Addictive Use of the Internet: A Case That Breaks the Stereotype” di Kimberly S. Young del 1996 e pubblicato su Psychological Reports.