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Il Suicidio: una via di uscita c’è sempre e ne vale la pena!

Il Suicidio Via Di Uscita Sempre Ne Vale La Pena Steven Spinello Psicologo

Sebbene l’argomento sia spinoso e delicato cercherò di puntare l’attenzione su più aspetti rilevanti il tema del suicidio che verrà affrontato in modo scientificamente appropriato; verranno inoltre forniti alcuni utili strumenti di riconoscimento del disagio sottostante l’ideazione suicidaria, perché il leitmotiv dell’articolo è e deve essere interpretato con l’idea che a tutto c’è rimedio se affrontato per tempo e affiancati dalle figure professionali del settore che riusciranno ad aggredire le componenti del disagio per prevenire il compimento di questo terribile evento eclatante.

L’immagine dell’articolo “il punto e virgola” nasce da una campagna internazionale di qualche anno fa (credo il 2015, n.d.a) chiamata “The Semicolon Project” in cui vennero incoraggiati tutti coloro i quali avessero sperimentato depressione, ansia o pensieri suicidi a disegnare un punto e virgola sulla propria pelle così da simboleggiare la scelta di non interrompere la vita nonostante qualunque difficoltà.

Il primo rapporto mondiale sui suicidi è del 2012 a opera dell’OMS (organizzazione mondiale della Sanità) e contava per quell’anno circa 800.000 persone che avevano deciso di porre fine alla loro vita, con un tasso di circa 12 persone ogni 100.000 abitanti. Nello stesso anno in Italia le morti per suicidio erano state 4000 con un tasso pari a 4,7 persone ogni 100.000 abitanti.  Secondo l’Osservatorio Nazionale Adolescenza nel biennio 2015/2017 i tentativi di suicidio da parte dei teenager sono quasi il doppio (dal 3.3 % a circa il 6): sostanzialmente 6 ragazzi su 100 di età compresa 14-19 anni aveva tentato di togliersi la vita. Ho pensato di riportare questi dati all’apparenza noiosi per rappresentare la significatività e la rilevanza del fenomeno che riguarda anche il nostro territorio e seppur non ci riguardi personalmente riguarda la società nella quale viviamo e quindi merita la giusta attenzione e riflessione (mentre scrivo, nel mio territorio ci sono stati nei pochi mesi passati circa 5 suicidi, n.d.a.).

Sebbene tra i fattori di rischio associati vi siano i disturbi mentali (schizofrenia, ansia grave, depressione maggiore) non sono gli unici. Altri fattori di rischio riguardano l’abuso di sostanze (alcool e droga) che già è correlato ai disturbi dell’umore e che aumentano quindi il rischio di compiere il gesto estremo. È stata riscontrata una correlazione tra i disturbi della condotta, l’abuso di sostanze, i disturbi dell’umore  con una maggiore frequenza e virulenza dei tentativi di suicidio. Altri fattori di rischio possono riguardare storie passate di abusi o di eventi traumatici intensi, malattie in famiglia o personali potenzialmente gravi o vissute come tali, storie in famiglia di suicidi, situazioni di disagio personale, ambientale o socio culturale: Disoccupazione o perdita di lavoro oppure aver subito una grossa perdita finanziaria per la quale probabilmente ci si attribuisce tutta la responsabilità, diminuzione delle relazioni significative e sociali con conseguente isolamento e mancanza di sostegno sociale (conflitti familiari, con i colleghi di lavoro), libertà o facilità di accesso alle armi, eventi locali di suicidio che possono condurre a frequenti tentativi di emulazione, come se aprissero lo spiraglio delle possibilità e dei comportamenti fattibili invece di indurre a una riflessione seria e concreta e alla ricerca di aiuto: in questo probabilmente hanno responsabilità (anche se non tutti e non tutti in maniera cosciente) i media che per amor di accumulare qualche lettore o ascoltatore in più sbandierano senza nessuna delicatezza e senza nessuno spirito di prudente e professionale informazione il fatto, confezionandolo con una narrativa accattivante e incuriosente e tralasciando le necessarie parole di conforto ma soprattutto non indirizzando spazio agli esperti del settore che potrebbero invertire la tendenza del contagio e dell’emulazione parlando del fenomeno in termini professionali e invitando alla prevenzione e al supporto che QUALUNQUE PERSONA PUO’ E DEVE RICHIEDERE se si trovasse imbrigliata nel coacervo dei disagi e della sofferenza.

Nel 2005 lo psicologo texano Thomas Joiner ha proposto la teoria psicologica e interpersonale del suicidio identificando tre fattori che interverrebbero in modo non del tutto equo, favorendo l’intenzionalità suicidaria e il comportamento susseguente. Il primo di questi fattori è un bassissimo senso di appartenenza, una sorta di alienazione sociale che riguarda familiari, amici, scuola ( bullismo e cyberbullismo a esempio) e altri circuiti sociali: solitudine, assenza di cura reciproca, uno stato affettivo cognitivo nel quale il comportamento sfuggente o conflittuale degli altri viene interpretato come rifiuto; il secondo fattore è la percezione di essere un peso per gli altri, significativi e non e conduce un fortissimo odio per sé e a sentimenti di passività; correlati a questo secondo fattore sarebbero la perdita di lavoro, malattie fisiche e bassa autostima. La teoria introduce un altro elemento che è direttamente responsabile del tentativo di suicidio: la capacità acquisita di combattere e vincere il personale istinto di conservazione e preservazione del sé, pervenendo veramente a compiere il suicidio; si tratterebbe di un costrutto che nel tempo accumula esperienze di paura, esposizione ripetuta e abitudinaria al dolore fisico proprio e degli altri con la maturazione di una tolleranza al dolore che desensibilizzerebbe il dolore e la paura.

Tra i fattori potenzialmente protettivi ritroviamo gli investimenti positivi relativamente all’immagine corporea, sentimenti positivi nel contatto fisico, frequente attività fisica e sport di squadra, senso di autoefficacia intenso, percezione di supporto sociale adeguato, autostima globale preservata, benessere psicologico, buoni livelli di comunicazione nelle proprie relazioni significative, la spiritualità e la fede religiosa.

Focalizzandosi sui campanelli di allarme, che dovrebbero essere attenzionati con sufficiente autorevolezza, discutiamo quelli trovati dal Servizio per la  Prevenzione al Suicidio il cui responsabile è il Prof. Maurizio Pompili; un portale on line che offre utili informazioni e linee guida scientificamente valide e convalidate nato dagli intenti della regione Lazio, l’Università La Sapienza di Roma e dall’Azienda Ospedaliera Sant’Andrea. Uno dei primi è sentire parlare spesso la persona di suicidi e di morte, infatti è sconfessata la leggenda per cui chi vuole porre fine alla sua vita non ne parli, è come se lanciasse dei segnali alla sua rete relazionale e sottintende disagi e sofferenze da non trascurare per il proprio benessere psicologico e non solo. L’isolamento dagli amici o dalle relazioni importanti è un altro segnale da attenzionare, come la trascuratezza per l’igiene e l’aspetto fisico, l’acquisto di armi, l’abbandono di attività routinarie e abitudini, la perdita di interesse generale e per qualcosa che invece precedentemente rappresentavano fulcro e stimolo di vita, il cambiamento di umore improvviso, segni visibili di autolesionismi su parti del corpo anche nascoste, cambiamenti del peso corporeo.

Molto si può fare per debellare un’idea del genere, chi si rendesse conto di vivere un penoso momento di sofferenza e avesse anche solo lontanamente pensato di farla finita può e deve immediatamente richiedere aiuto e supporto, prima alla propria rete di relazioni significative e successivamente ai professionisti della salute mentale e del benessere psicologico che possiedono le armi e gli strumenti per schiarire i confini ottenebrati dal dolore per restituire dignità alla vita e alla persona. Nulla è senza via d’uscita e tanto può essere fatto. Dal canto loro i suddetti professionisti, di concerto con le scuole, le famiglia e la società tutta, potrebbero impegnarsi in attività di prevenzione a scuola, a esempio, con incontri dibattito sull’autolesionismo, il suicidio, la depressione, con la normalizzazione della tematica e la presentazione di tutti quegli strumenti che il territorio dispone per combattere vigorosamente la sofferenza, la depressione e l’ansia. Un altro intervento utile sarebbe quello di informare e formare i familiari o le reti sociali tutte, che avessero anche solo il sentore di qualcosa che non va, invitandoli a guardare in faccia insieme ai loro cari la sofferenza provvedendo ad abbassare i livelli del senso di solitudine e di sofferenza senza via di uscita che spesso la persona che ha pensato al suicidio possiede.  Il potenziamento del supporto sociale reale e percepito potrebbe essere un altro intervento a opera del professionista dal momento che la percezione di nessun supporto è un fattore di rischio determinante.

Il messaggio che voglio assolutamente che passi alla fine di questo tortuoso e doloroso percorso nella sofferenza e nel dolore è che c’è sempre una VIA DI USCITA, non metto in discussione l’intensità del dolore né sto minimizzando il peso (a volte apparentemente insormontabile) delle emozioni negative né il loro impatto sulla vita di tutti i giorni. Voglio soltanto dire che anche a questo si può rimediare, anche a quel dolore possiamo dare un significato diverso accogliendolo invece che allontanandolo, perché accogliere il dolore lo rende più chiaro ai nostri occhi svelando tutto quello che di positivo c’è sotto la coltre di dolore e che prima non riuscivamo a vedere perché era troppo lontano, perché non avevamo deciso di guardarlo negli occhi IL DOLORE. Henorè De Balzac diceva: “Nessuno osa dire addio ad un’abitudine. Molti suicidi si son fermati sulla soglia della morte per il ricordo del caffè dove vanno tutte le sere a fare la loro partita a domino” che probabilmente può essere interpretata come un invito a focalizzarci su quanto di positivo e bello ci sia sotto il manto dell’ angoscia, e anche se pensassimo di non avere la forza di osservarvi sotto, DOBBIAMO (a noi stessi in primis, e poi agli altri) chiedere aiuto senza vergogna e senza ripensamenti dell’ultimo minuto, perché una via di uscita c’è SEMPRE e ne VALE LA PENA.

Invito chi volesse approfondire il tema a consultare il sito  www.prevenireilsuicidio.it e a leggere i contributi: “Why people die by suicide” di Thomas Joiner del 2005; “Adolescent suicide and suicidal behavior” di Jeffrey A. Bridge e colleghi del 2006 e pubblicato sul The Journal of Child Psychology and Psychiatry.