La Psicologia del “Grazie!”

Steven Spinello Psicologo Psicologia Del Grazie

Tante volte capita che qualcuno ci richiami esigendo: “Almeno un grazie!”, oppure ai bambini venga insegnato a rispondere “Grazie” dopo aver ricevuto un regalo o un favore da qualcuno. Di seguito sarà esaminato il costrutto della gratitudine da un punto di vista psicologico  e da tutti i punti di vista per meglio comprenderne i vantaggi.

Per gratitudine si intende una complessa sensazione di riconoscenza in risposta al comportamento di qualcuno che ha reso il soggetto beneficiario di un’azione buona o conveniente. Sono tanti i sistemi di pensiero che considerano la gratitudine un obiettivo da raggiungere a causa delle ripercussioni positive sia da un punto di vista individuale che di tutta la società, diventando quasi una emozione che promuove la stabilità sociale in tutte le sue forme. Se la dottrina religiosa accosta la gratitudine a una virtù, le teorie evoluzioniste la considerano “adattiva” al nostro ambiente sociale poiché impegnerebbe gli individui a intraprendere comportamenti pro-sociali in risposta ad atteggiamenti altruistici.

Alcuni autori qualche anno fa, esattamente nel 2001, hanno studiato a fondo la gratitudine sviscerandone aspetti e concettualizzazioni che meglio definiscono il campo entro il quale dobbiamo stare per pensare alla gratitudine e ai suoi effetti e/o benefici.

Innanzitutto si inizia con il definire la gratitudine come una sorta di “affettività morale”, in quanto risulterebbe stimolata da un atteggiamento di preoccupazione per il benessere di un’altra persona che a sua volta potrebbe sentirsi più motivata a comportarsi allo stesso modo. Il termine morale in questa definizione è utilizzato in termini relativi e non assoluti, perché ciò che può essere percepito come un “dono” da una persona potrebbe non esserlo per un’altra.

Sono state individuate tre funzioni morali o caratteristiche fondamentali della gratitudine.

La prima è definita “barometro morale” poiché le emozioni piacevoli e i comportamenti di una persona vengono tipicamente percepiti come promotori del proprio benessere individuale dall’altro individuo, che ne diventerebbe così il beneficiario. Si sottolinea come spesso la gratitudine possa essere percepita anche in risposta ad agenti non umani come Dio o il fato o la fortuna. In termini di intensità quanto più un’azione è considerata, dal beneficiario, mossa dagli sforzi e da vera e profonda intenzionalità, tanto più forti saranno i livelli di gratitudine esperita. Un’altra interessante evidenza è che i livelli di gratitudine esperita aumentino, soprattutto se l’azione “benefattrice” è inaspettata; se a emetterle fossero persone appartenenti a contesti familiari o amicali stretti in cui ci si aspetterebbero siffatti comportamenti o sarebbero considerati abituali e comuni, il senso di gratitudine esperito sarebbe più basso. I livelli di gratitudine aumenterebbero anche se il benefattore appartenesse a stati sociali e di potere più elevati rispetto al proprio.

Un’altra funzione è definita di “rinforzo morale”: alcune ricerche degli anni 70 e 90, evidenziano infatti che l’esperienza della gratitudine possa rafforzare l’idea individuale per la donazione di organi o il senso di volontariato (nello specifico della ricerca rivolto a persone con l’AIDS, n.d.a.). Altri risultati dimostrano che i “benefattori” ringraziati per i loro sforzi e il loro impegno erano meglio disposti a ripetere la buona azione nel futuro rispetto a chi non riceveva alcuno sprazzo di gratitudine. Inoltre la percezione di gratitudine non sincera, melliflua e manipolativa diventerebbe un deterrente per azioni similari future e attiverebbe nel benefattore reazioni e resistenze contrarie alle buone azioni nei confronti degli altri.

La gratitudine sarebbe considerata, da alcuni autori, come un tratto dell’affettività ossia una disposizione e una tendenza a riconoscere e rispondere con emozioni di riconoscimento alla benevolenza degli altri individui. Comparati a individui con livelli di gratitudine inferiori, i soggetti che invece ne mostravano di più alti esperivano più intensamente, più frequentemente e soprattutto più facilmente emozioni di gratitudine con tutto ciò che di positivo ne deriva sia da un punto di vista sociale che individuale. Livelli alti di gratitudine sono correlati negativamente ad attitudini materialistiche e di invidia, mentre direttamente correlati a emozioni positive di soddisfazione e speranza. Chi esperisce elevate disposizioni di gratitudine sarebbe meno coinvolto in disturbi d’ansia o di depressione oltre a esibire livelli alti di pro socialità, empatia e a essere più religiosi.  È stato dimostrato, inoltre, che la gratitudine protegga le persone da emozioni spiacevoli, in quanto l’esperienza di emozioni positive amplierebbe gli orizzonti di importanti funzioni cognitive come pensiero e attenzione generando condotte più resilienti e adattive e garantendo un funzionamento più ottimale nel fronteggiamento di eventi stressogeni e traumatici.

Relativamente ai correlati neuroanatomici e neurochimici si è trovato che in persone che erano più disposte a provare gratitudine aumentavano i livelli di volume della materia grigia nel giro temporale inferiore destro e nella corteccia postero-mediale; un altro studio ha invece rilevato delle differenze in un genotipo dell’ossitocina, un ormone che a livello neurologico favorisce l’attaccamento relazionale e il buon funzionamento sociale.

Riporto brevemente e sinteticamente un intervento in grado di promuovere (non in modo assolutamente e magicamente generalizzabile) i livelli di gratitudine, che fonda la sua efficacia sulla riflessione e sulla consapevolezza delle proprie emozioni in risposta a determinati atteggiamenti degli altri o di se stessi. L’esercizio consiste nel descrivere brevemente 5 momenti o 5 cose per le quali dovremmo essere grati nella settimana appena trascorsa. L’elenco potrebbe essere composto da tutte quelle cose che sfuggono alla nostra attenzione perché ritenute solite e non sorprendenti ma che derivano da comportamenti intenzionali e volontari degli altri, come l’abbraccio e l’amore del proprio figlio o del proprio compagno, il sorriso di un estraneo alla fermata del bus o la sicurezza del sostegno di un gruppo di amici o di volontari che garantiranno il loro supporto e la loro vicinanza a noi,  o anche da noi stessi (essere consapevoli del proprio benessere psico-fisico o essere semplicemente vivi!!): chi si approccerebbe a questi esercizi con serietà e con la volontà di mettersi in discussione autorevolmente aumenterebbe le proprie disposizioni nel repertorio della gratitudine beneficiando di quella cascata di miglioramenti e di vantaggi descritti precedentemente.

Concludo con la frase dello scrittore G.K. Chesterton che recita “Tu ringrazi prima dei pasti. Bene. Ma io dico grazie prima del concerto e dell’opera, prima del gioco e della commedia, quando apro un libro, disegno, dipingo, nuoto, faccio scherma e pugilato, cammino, gioco, ballo e dico grazie quando tuffo la penna nell’inchiostro”, che forse sintetizza i contributi fin ora enunciati in merito alla consapevolezza di quanto armonioso e costruttivo sia essere grati senza pretendere necessariamente l’impossibile o lo straordinario.

Invito chi volesse approfondire a consultare i seguenti contributi: “Gratitude in Practice and the Practice of Gratitude”, capitolo 29 di Giacomo Bono e colleghi , contenuto nel  libro “Positive psychology in practice” del 2004;  “Neural correlates of gratitude” di Glenn R. Fox e colleghi e pubblicato su Frontiers in Psychology nel 2015.