Vivere e Convivere con il cancro: uno sguardo ai familiari

Vivere E Convivere Con Il Cancro Uno Sguardo Ai Familiari Steven Spinello Psicologo 1

Senza dubbio la diagnosi di cancro risuona come una melodia fastidiosissima nei cuori di tutti quelli che purtroppo hanno avuto a che fare in prima persona con essa. Chi la vive si sente devastato e chi è al suo fianco percorre un cammino di sofferenza connotato da alcune caratteristiche specifiche che verranno descritte specificatamente.

Tutti sappiamo o immaginiamo quanto difficoltoso ed emotivamente intenso sia ricevere una diagnosi di cancro o di tumore; in lungo e in largo si è discusso e riflettuto sul vissuto individuale dei neo-diagnosticati che devono iniziare il lento percorso verso l’adattamento alla malattia che comprende lunghe e dolorose fasi di cambiamento e di emozioni a volta contrastanti.

Non bisogna dimenticare, però, il sistema famiglia che assiste inerme a questo processo ed è ai familiari a cui è rivolta e dedicata questa trattazione. È innegabile che se dei cambiamenti avvengano nella persona a cui viene comunicata la diagnosi, parallelamente accadano all’intero sistema dei familiari sia riguardante ciò che provano emotivamente e sia per gli atteggiamenti e i comportamenti messi in atto consequenzialmente. Ogni persona insieme al proprio “equilibrio individuale” si trova immersa in un equilibrio che, per facilità, sarà definito equilibrio familiare che è qualcosa di unico e indipendente dai singoli equilibri dei componenti, una formazione a se. Per definizione un sistema è formato da “componenti” che interagiscono tra loro e che si condizionano l’un l’altro sia cognitivamente, emotivamente e nel comportamento; al variare dell’equilibrio di uno dei suoi componenti essenziali, muteranno in automatico tutti gli altri e ne risentirà l’intero equilibrio del sistema familiare.

La diagnosi di cancro è una condizione che innegabilmente dirompe provocando grosse fratture all’equilibrio individuale e quindi (per definizione) all’equilibrio di sistema. Alcuni fattori che influenzano la specifica modalità attraverso cui la “rottura” intervenga sono il particolare momento evolutivo del sistema famiglia (a esempio  se è appena nato un figlio o se si tratta di una famiglia da decenni strutturata o di un sistema appena formato) che racchiude anche i ruoli che i singoli elementi agiscono (se ruolo di moglie e mamma, o ruolo di figlio, o ruolo di marito e padre) e il particolare momento della storia individuale di ognuno ( adolescente, giovane adulto, etc).

Sono richiesti dei cambiamenti subitanei, a volte, che riguardano le priorità familiari, se prima gli sforzi erano destinati al sostentamento dei figli, a esempio, adesso diventeranno la cura della mamma o al padre a cui è stato diagnosticato il cancro; cambiano i ruoli perché la persona con il cancro potrebbe perdere il ruolo di soggetto indipendente e assumere quello di malato (purtroppo e inspiegabilmente in ogni contesto di vita, n.d.a.) “costringendo” altri membri della famiglia ad assumersi delle responsabilità maggiori rispetto a prima: se questo è duro da sostenere da un punto di vista fattivo lo è anche e soprattutto da un punto di vista emotivo perché racchiuderebbe la consapevolezza che il proprio amato/caro non può (o potrà) adempiere più al proprio ruolo (anche se spesso si tratta di convinzioni erronee o sovra-intensificate, n.d.a.); anche i ritmi familiari e i contatti sociali esterni possono subire una battuta di arresto a causa di modificazioni organizzative, soprattutto se vi fosse una compromissione fisica invalidante o se vi fossero conseguenze di trattamento che innescherebbero (più o meno ragionevolmente) dei circuiti di vergogna a volte “ingiustificati”; il potentissimo senso di impotenza per non poter far nulla di reale per il proprio caro diventa la cornice entro cui si inserisce tutto il vissuto del sistema familiare con tutto ciò che si porta dietro sia in termini emotivo-cognitivi che operativi.

Emotivamente il caregiver si trova a sostenere un carico gravoso: la persona con la malattia occupa costantemente il centro del proprio interesse privandolo di un ragionevole spazio per sé, per il proprio benessere, per i propri interessi a cui farebbe seguito un concreto senso di colpa soltanto per aver pensato di poter desiderare ed esigere il soddisfacimento di alcuni di essi perché ritenuti «inutili» se messi in relazione a quelli della persona cara con il cancro; di contro l’infelicità del caregiver porterebbe la persona con il cancro a esperire un contrapposto senso di colpa per le rinunce a cui il familiare è sottoposto e costretto (o si costringe) e la serenità della relazione ne risulterebbe effettivamente compromessa: silenzi assordanti, sguardi di rinuncia e infelicità, clima teso e angosciante sono solo alcuni dei possibili scenari conseguenti; si finirebbe per non parlare dei propri malesseri, dei propri vissuti, delle proprie emozioni perché si avrebbe paura di condizionare l’equilibrio (come se già non lo fosse) della “finta” serenità familiare, un blocco comunicativo che mal si concilia con il significato che la famiglia ha di “base sicura” e serena nel quale tutto può essere detto, esperito, contenuto e risolto.

Va da se che il supporto e il sostegno del familiare diventano un piano di elezione e di interesse di tutti: bisogno di confronto con altri caregiver che vivono le stesse incomprensioni e vicissitudini, informazioni dettagliate sul “prendersi cura” con indicazioni pratiche e risolutive, riconoscimento delle proprie esigenze; è’ importante, infatti,  che il familiare non sottovaluti i propri bisogni mettendoli in secondo piano perché ne deriverebbe comunque infelicità e insoddisfazione che inficerebbe drasticamente l’equilibrio familiare che tanto si vuole preservare e supportare attraverso il sacrificio e la minimizzazione delle proprie necessità (circolo vizioso). Riconoscere di non poter più sostenere da soli una situazione così drasticamente impattante è fondamentale sia per la propria individualità che per il benessere di tutto il sistema familiare, per cui la richiesta di un aiuto professionale diventerebbe il passepartout per un’ottimale gestione delle difficoltà e dell’emotività di tutti.

Concludo con la celeberrima frase di Shakespeare nel Re Lear: “Quando nel dolore si hanno compagni che lo condividono, l’animo può superare molte sofferenze”.

Invito alla lettura dei seguenti riferimenti: “Does talking about their relationship affect couples’ marital and psychological adjustment to lung cancer?” di Badr e colleghi e pubblicato nel 2008 sul J Cancer Surviv; “Unmet desire for caregiver-patient communication and increased caregiver burden” di Fried e colleghi e pubblicato nel 2005 sul J Am Geriatr Soc; “Openness to discuss cancer in the nuclear family: scale, development, and validation“ di Masters e colleghi e pubblicato nel 1998 su Psychisom Med. Concludo con il monumentale “Psiconcologia” a cura di Massimo Biondi, Anna Costantini e Thomas N.Wise pubblicato da Raffaello Cortina nel 2014.