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Che cosa è il coraggio?

Coraggio Steven Spinello Psicologo Cosa è Coraggio

Coinvolti nel tram tram della nostra vita quotidiana e condizionati dai media o dalla ragion comune tendiamo spesso a sottovalutare noi stessi, a non dare la giusta importanza a ciò che facciamo e a ciò che siamo anche in termini di scelte coraggiose e audaci.

Se c’è un costrutto che merita serie e approfondite riflessioni questo è il coraggio. Sebbene se ne parli in lungo e in largo spesso è considerata una qualità rara accompagnata da gesta esclusivamente eroiche e mirabolanti.

Innegabilmente la letteratura dei secoli scorsi ha influenzato il naturale groviglio di pensieri sul coraggio e chi lo esercita: da Ulisse che si spinge fino a lottare contro i limiti dell’umano e vince mille sfide per esplorare e navigare, a Lancillotto che da eroe valoroso lotta per il suo popolo e il suo Re e per la “sua” amata Ginevra, arrivando al più recente protagonista dei romanzi di Ian Fleming, James Bond che è  capace di conservare lucidità e sangue freddo in situazioni sempre più imprevedibili.

Con molta probabilità è giusto che siffatti personaggi rappresentino il coraggio nella sua forma più aurea e che ci appassionino tra le pagine delle loro valorosità, ma il rischio di considerare il coraggio una qualità rara e chimerica è dietro l’angolo. Un rischio ancora più inesatto è quello di considerare il coraggio come assenza assoluta di paura, emozione “fondamentale” dell’uomo che nasce come meccanismo di difesa che permette all’uomo di scappare dalle fonti minacciose e di sopravvivere.

Il ricercatore Shelp, più recentemente, ha sviscerato la tematica del coraggio proponendo una partizione del coraggio in alcune sue caratteristiche principali. Una prima proprietà è rappresentata dalla libertà di accettare le conseguenze delle azioni messe in atto, ossia la consapevolezza di quanto possa non andare secondo i piani e nonostante tutto proseguire; una seconda caratteristica è l’accettazione del rischio del pericolo che si corre: il pericolo di una minaccia è condizione necessaria affinché il nostro sistema fino ad allora in equilibrio si turbi e si trovi a dover valutare delle azioni di sopraffazione della “minaccia” percepita; in terzo luogo l’incertezza degli esiti della propria azione coraggiosa, infatti se si fosse sicuri della buona riuscita di un’azione non vi sarebbe bisogno di denominarla coraggiosa. Integrando il tema della paura a quello del coraggio si può sostenere che un uomo coraggioso non è senza paura, ma è in grado di dominarla e maneggiarla. Sarebbe proprio la capacità di agire nonostante lo stress e la paura a completare il quadro del coraggio e a rappresentarlo con completezza e precisione. Bisognerebbe diffidare da chi si ritiene senza paura o da chi crede che l’obiettivo di un’azione valorosa e degna sia quello di eliminare la paura, innanzitutto perché ciò è praticamente impossibile e poi perché sarebbe obiettivamente dannoso e ingiusto. Immaginatevi la fine di uomo preistorico senza paura di fronte a un gigantesco animale pericoloso (da film Horror, n.d.a.). Semmai, si potrebbe imparare a conoscere l’oggetto fonte di minaccia o pericolo e gestire la paura che si ha di esso attraverso l’esperienza o la conoscenza diretta di ciò che ci incute terrore. È evidente che tutto sta nella percezione che ogni uomo ha della fonte minacciosa, dalla sua interpretazione cognitiva che alle volte, magari, risente di qualche vizio di forma strutturale, e che solo un’effettiva e approfondita comprensione può fugare e allontanare fornendo la sua giusta misura ed (eventuale) pericolosità.

Relativamente al funzionamento cognitivo del coraggio, ossia a ciò che si attiverebbe automaticamente al nascere di un’azione coraggiosa vi è la compresenza di un certo numero di ingranaggi tra loro interrelati. Il primo è ciò che potremmo definire (naturalmente, non letteralmente) “distruttività” benigna, ossia quell’istinto e spinta di tenacia e impulsività: la rabbia e la forza che si trasformano in energia volta a perseguire l’obiettivo prefissato. Il secondo ingranaggio è la “combattività”, quella facoltà che conduce alla resistenza nonostante la paura, quel motore di spontaneità ed emotività assolutamente indispensabili per sorreggere la scelta fatta. In modo consequenziale vi è la “fermezza”, cioè quella sensazione di potere che accompagna sia il susseguirsi dei pensieri che la strutturazione delle azioni messe o da mettere in atto e che predisporrebbero di buone dosi di intelligenza, intesa come seria capacità di adattamento all’ambiente circostante compresi gli strumenti a disposizione. L’azione coraggiosa, la padronanza delle proprie paure e la consapevolezza delle proprie azioni audaci regalano “all’autostima”di chi le compie, orgoglio e dignità che a loro volta ne aumentano l’intensità e l’usabilità per il futuro in occasioni simili, sia in termini di significato che di circostanza. Per ultima una buona dose di “speranza”, poiché spesso in situazioni difficoltose che richiedono coraggio, le precedenti caratteristiche elencate non bastano, infatti il desiderio che la situazione possa cambiare anche grazie alla nostra volontà e alle nostre forze aumentano il carburante necessario a mantenere funzionante il meccanismo.

Come già accennato all’inizio di questa trattazione non dobbiamo mai dimenticare che assistiamo quotidianamente ad azioni coraggiose e forse, ne compiamo anche noi. Pensiamo al coraggio che serve a mettersi in discussione alla fine di uno scontro più o meno acceso con il nostro partner, un nostro familiare, un collega di lavoro; il coraggio che serve a perdonare un qualunque altro essere umano che ci ha ferito, ha tradito la nostra fiducia, ci ha spento il sorriso (forse involontariamente); il coraggio che serve a contrastare o rinunciare a un proprio desiderio per l’amore o il bene di qualcun altro per noi importante e fondamentale; il coraggio che serve ad affrontare la paura di un brutto incidente di percorso, una malattia, la perdita di un punto fermo per noi, che probabilmente ha lasciato e lascerà segni indelebili su di noi sia fisicamente che moralmente. In tutti questi casi e in altri impariamo a riconoscere in noi queste qualità e a sentirci per davvero degli EROI, eroi di noi stessi, EROI della nostra vita.

Concludo con un pensiero non mio, ma di J.F.Kennedy di cui riporto un estratto altamente significativo e coerente con quanto detto in precedenza: “Senza voler togliere nulla a quel genere di coraggio che porta alcuni uomini a morire, non dobbiamo dimenticare quegli atti di coraggio grazie ai quali gli uomini vivono; il coraggio della vita quotidiana è spesso uno spettacolo meno grandioso del coraggio di un atto definitivo, ma resta pur sempre una miscela magnifica di trionfo e di tragedia…”.

Invito i lettori a completare con la lettura di alcuni riferimenti: “The Construct of Courage Categorization and Measurement”di  Woodard e Pury del 2007 e pubblicato sul vol 59 del  Psychology Journal: Practice and Research; “Hardiness: An Operationalization of Existential Courage” di Salvatore Maddi e pubblicato sul Journal of Humanistic Psychology nel 2004; “Fear and Courage: A Psychological Perspective” di Rachman del 2004 e pubblicato sul volume 51 di  Social Reasearch.