fbpx

Timidezza: cosa si nasconde dietro questo tratto del temperamento personale?

Steven Spinello Psicologo Timidezza Timido

L’idea di “timidezza” che tutti abbiamo costruito negli anni in questo articolo si arricchirà di modelli, utili interpretazioni e suggerimenti in grado, forse, di stimolare la riflessione sulla timidezza e sulla persona timida.

Per timidezza si intende un tratto del temperamento personale di eccessiva prudenza, disagio e imbarazzo per le nuove situazioni sociali e/o nelle valutazioni di interazione sociale prossime. Elevati livelli di timidezza durante l’infanzia sono associati a esiti negativi sia come fattori inter-personali, come a esempio un difetto nelle competenze sociali, sia come problemi di matrice intra-personale con bassi livelli di autostima o eccessiva ansietà nell’incontro con l’altro. Tutte le fasi di cambiamento nella vita, come la crescita, la maturazione, le sfide, le novità e più in generale un “cambiamento” ingenerano nella persona timida paure smodate ed eccessive o fantasticherie catastrofiche e irreali che condizionano la naturale prosecuzione al cambiamento della persona: tante ricerche hanno trovato delle correlazioni tra la timidezza durante l’infanzia e il ritardo dell’adulto nell’adattamento alle regole sociali “adulte”: stabilità di coppia, l’eventuale genitorialità o la stabilizzazione lavorativa. Relativamente al sesso maggiormente coinvolto nella timidezza i dati sono discordanti, alcuni infatti ritengono il sesso maschile maggiormente coinvolto, altri (pochi in realtà) riferiscono che il sesso femminile raggiunga i punteggi più alti.

Per l’età adulta invece sembrano non esserci dubbi, infatti la timidezza nei giovani adulti è correlata a livelli considerevoli di depressione, bassa autostima e relazioni negative con gli altri significativi (amici, partner, familiari), un malessere questo, che trova dei correlati fisiologici rilevanti: alti livelli di timore e ansia sociale accompagnate da una prevalenza significativa di allergie (soprattutto polvere e animali) (rispetto ai loro coetanei con livelli di timidezza più bassi). Gli anziani con livelli elevati di timidezza riportano problemi di insonnia, costipazione e febbre da fieno. I bambini eccessivamente timidi hanno livelli più elevati di cortisolo nel sangue e livelli di ansia sociale superiori ai coetani non timidi.

I bambini timidi hanno il desiderio di intrattenere interazioni sociali ma il loro timore di fallire, di sbagliare e di essere giudicati inibisce il loro comportamento che spesso potrebbe condurre all’isolamento o al ritiro dalle interazioni sociali stesse. Appare chiaro come la timidezza si differenzi sostanzialmente da atteggiamenti a-sociali o di preferenze per la solitudine che invece mancherebbero di questo desiderio per l’interazione sociale presente nei timidi da “manuale”. Anche il modo in cui tutti gli altri rispondono alla timidezza del bambino costituisce un catalizzatore per la formazione di ansietà e frustrazione del bambino timido.

La persona che si riconoscesse timida in modo del tutto consapevole troverebbe sconveniente e disturbante trovarsi in contesti sociali nuovi o al cospetto di figure autoritarie e potrebbe manifestare questo apparente imbarazzo con rossore in volto, sguardo basso e con un linguaggio del corpo riconoscibilissimo e caratteristico. È bene sottolineare che alcuni comportamenti definiti timidi, come l’eccessiva modestia, il non mettersi in mostra o un atteggiamento prevalentemente assertivo possono rappresentare dei tentativi positivi di adattamento comportamentale alle situazioni sociali nuove, una timidezza definita regolatoria. Come per tutte le cose del mondo, il limite con la timidezza “dannosa” non deve essere valicato perché molte ricerche hanno messo in relazione la timidezza con l’isolamento e un profondo non costruttivo senso di solitudine.

L’ambiente culturale nel quale la persona è inserita rappresenta un importante fattore che influirebbe sulla componente della timidezza. Nelle culture occidentali rappresentate da società individualistiche in cui l’acquisizione di indipendenza e assertività è considerata un obiettivo dirimente, l’iniziativa sociale (costrutto contrario alla timidezza) è considerato un indicatore di competenza altamente valutato dalla maggior parte dei membri della società; i genitori rispondono alla timidezza del figlio con frustrazione e disappunto incoraggiando la socialità in tutte le sue sfumature: la timidezza, impedendo l’iniziativa sociale, è spesso quindi percepita come immaturità sociale e culturalmente inappropriata.

Nelle culture orientali invece, in società orientate al gruppo più che all’individuo, l’iniziativa sociale e il mettersi in mostra potrebbero rappresentare un ostacolo al corretto funzionamento armonico del gruppo sociale, per cui la timidezza sarebbe meglio considerata e giudicata.

Una componente decisiva nella timidezza è il livello di intelligenza emotiva della persona, ossia l’abilità di percepire, approcciarsi ed esprimere le emozioni, accedere ai sentimenti e generarli correttamente e coerentemente con le situazioni sociali, l’abilità di regolare le emozioni per produrre maturità emotiva e intellettuale. Per esteso l’intelligenza emotiva diviene necessaria se volessimo processare l’informazione emotiva e risolvere un problema legato alle relazioni interpersonali. Un’inadeguata intelligenza emotiva, anche se non direttamente coinvolta nel “funzionamento” della timidezza designa un meccanismo che inficia un’altra componente determinante per la timidezza, ossia il supporto sociale. Alcune teorie e alcuni modelli sulla timidezza indicano lo scarso network sociale come concausa dello stato di isolamento (immaginato o effettivo) del timido. Il supporto sociale e l’acquisizione di abilità sociali valide mediano fino a risolvere gradatamente e potentemente la timidezza e il conseguente senso di solitudine nelle relazioni interpersonali.

Alla luce di queste considerazioni sembra lampante l’importanza degli altri, del supporto sociale, delle persone per il nostro benessere. Tutti abbiamo bisogno di appartenere, di sentirci parte di un gruppo, una relazione, una società pronta ad accoglierci, a raccogliere i pezzi insieme a noi, a sostenerci, a rappresentarci; abbiamo bisogno di connetterci, di scambiarci, di imparare, di sbagliare, di fare palestra di socialità, di intrecciare rapporti di fiducia e di supporto, di occuparci degli altri e percepire lo stesso interessamento per noi quando ne avessimo bisogno (purtroppo il gruppo può non rivelarsi sempre così accogliente o supportivo o semplicemente necessario in ogni momento, ma questo sarà l’argomento per un altro articolo, n.d.a.).

Concludo con una frase trovata su Twitter di istintomaximo e che trovo meravigliosa e pregna di significati : “La timidezza è un muro che costruisci mentre pensi che vorresti tanto essere dall’altra parte”.

Invito i lettori ad approfondire consultando: “Culture and shyness in childhood and adolescence” di Xinyin Chen e pubblicato ad Aprile del 2018 su New Ideas in Psychology; “Shyness and Loneliness: Contributions of Emotional Intelligence and Social Support” di Jingjing Zhao e colleghi e pubblicato nel 2017 su Current Psychology; “Longitudinal Outcomes of Shyness From Childhood to Emerging Adulthood” di James Grose & Robert J. Coplan e pubblicato sul The Journal of Genetic Psychology: Research and Theory on Human Development nel 2015; “Individual differences in young adults’ shyness and sociability: Personality and health correlates” di Louis A.Schmidt  e Nathan A.Fox e pubblicato su Personality and Individual Differences nel 1995.