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E se la religione e la fede fossero (anche…) il risultato di inattesi costrutti psicologici?

Steven Spinello Psicologo Fede Religione Teoria Attaccamento

Come tutti i fattori umani anche la religione e la fede hanno dei definiti correlati psicologici che coinvolgono ogni individuo, che seppur nella sua specificità e individualità anche nella scelta religiosa, potrebbe rispondere a determinate inclinazioni innate psicologiche.

Premetto sin da subito, che questo articolo non nasce dal desiderio di convertire il lettore a pratiche religiose strutturate e periodiche, o a intraprendere un preciso cammino di fede piuttosto che un altro. Ritengo che il rapporto che tutti noi abbiamo con la fede sia un aspetto assai intimo e personale che non può essere esaurito in un contesto cosi “asettico e scientifico” e che non dovrebbe essere giudicato mai.  Spero in ogni caso di non turbare la moralità di nessuno, né tantomeno ambisco a diffondere la mia personale idea sulla religione o sulla fede che spero non traspaia in alcun modo (perché sicuramente poco interessante e forse non tanto condivisibile, n.d.a.). Il mio rispetto per tutti quelli che credono fermamente e per quelli che non credono a nulla è enorme ed è il mio motore personale alle argomentazioni che seguiranno.

In questo articolo proverò a raccontare alcune analogie tra la religione, la fede e alcune teorie psicologiche di rilievo, per guidare il lettore a una riflessione attenta e scientifica del fenomeno religioso e fideistico.

Una grossissima analogia è riscontrabile con la monumentale Teoria dell’attaccamento di John Bowlby, che postula la presenza di un sistema innato nel bambino che, attraverso una serie di strategie evolutivamente efficaci cerca di mantenere la prossimità con la propria figura di riferimento, che in modo complementare garantirà protezione e sicurezza provvedendo ai suoi bisogni di cura e nutrimento. Alcune strategie efficaci sono il pianto o lo sguardo fisso, che attivano in modo inconsapevole nella figura di riferimento delle risposte comportamentali utili a soddisfare il bisogno di fame o protezione del bambino. Quando questo sistema funziona bene l’attaccamento è definito sicuro e la figura di riferimento è idealizzata come fonte di protezione e sicurezza: una base sicura (è chiaro che esistono delle forme di attaccamento non così fortunate, che non descriverò perché rischierei l’off-topic). Il perpetuarsi di un determinato stile di attaccamento nel tempo produrrà dei modelli operativi e schemi di comportamento che si conserveranno relativamente stabili, costruendo e arricchendo il repertorio psico-comportamentale del bambino.

La disponibilità e la ricettività della figura di attaccamento creano un evidente parallelo con la maggior parte delle religioni del mondo in cui la figura di attaccamento sarebbe Dio, la Madonna, Gesù Cristo, un angelo, un santo o altre forze sovrannaturali. Il religioso sa che questa entità (come una vera e propria figura significativa di riferimento) provvederà ai suoi bisogni, lo proteggerà e lo conforterà nel caso di eventi spiacevoli. Verosimilmente il fedele preferirà questa entità superiore, proprio perché appartenente a un mondo diverso da quello umano, ricco per natura di potenziali ambivalenze, leggerezze, superficialità e ambiguità, differentemente da stabilità e disponibilità illimitate proprie del dogma religioso.

Presumibilmente nel corso degli anni alcune teorie, come quelle di Freud, hanno fornito della religione un’immagine infantile, immatura e alle volte non sana; veniva affermato che la religione fosse la risposta della percezione di un mondo ostile e incontrollabile e le attività religiose o la ricerca di sicurezza proprie dei fedeli, simbolo di fissazioni o regressioni a stadi infantili dello sviluppo. Solo attraverso il parallelismo con la teoria dell’attaccamento di Bowlby invece, la ricerca di sicurezza e protezione proveniente da una figura di attaccamento (anche sovrannaturale) è concepita sana e naturale.

Un altro parallelismo tra religione e teoria dell’attaccamento è palesato dall’attivazione dei comportamenti propri dell’attaccamento. L’aumento dell’intensità del comportamento di attaccamento è generato da tre tipi di stimoli ambientali: da eventi avversi e pericolosi dell’ambiente circostante, dall’allontanamento momentaneo dalla figura di riferimento o della sua separazione definitiva. Allo stesso modo le persone comunemente ricercano Dio in circostanze stressanti e minacciose. Ogni persona in momenti forti emotivamente ricerca la vicinanza di qualcuno che possa infondere sicurezza, affetto e alle volte per fortuna, il legame con un altro essere umano è abbondantemente sufficiente…. ma altre volte no.

La preghiera provoca una sensazione di sicurezza, conforto e comprensione in momenti di paura e stress; una ricerca degli anni 50, a esempio, dimostrò che molti soldati in guerra (un momento emotivamente molto intenso) trovavano beneficio rifugiandosi nella preghiera. Dio rappresenterebbe una figura di attaccamento che è sempre pronta ad ascoltare, qualità questa, purtroppo sempre più rara al giorno d’oggi, in cui il dinamismo tecnologico e il veloce evolversi della società rappresentano un ostacolo alla serenità e alla tranquillità, necessarie all’ascolto attivo delle eventuali problematiche dell’altro.

Anche relativamente ai momenti cruciali per la conversione troviamo delle buone simmetrie con la teoria dell’attaccamento. L’essere purtroppo protagonisti di un grave lutto può provocare un tumultuoso senso di solitudine e sconvolgimento, al quale l’individuo cercherebbe di porre rimedio, ricercando (come quando era bambino) conforto e protezione dalla propria figura di attaccamento, che se non fosse disponibile potrebbe essere sostituita da Dio, o da un gruppo coeso di riferimento pronto ad accoglierlo (anche un gruppo religioso).  Numerose ricerche hanno inoltre individuato come range d’età possibile per l’inizio della conversione, l’adolescenza (15 anni), un periodo della vita in cui si è alla ricerca di risposte, di significati, e di un senso di identità fisso e stabile cui fare riferimento; la tempesta psicologica corrispondente potrebbe sfociare nel rifugio a una figura di attaccamento onnipotente e comprensiva, come quella di Dio. La fede infatti conferirebbe sicurezza emotiva, calma, tranquillità e rilassamento, utili a fronteggiare paure, ansietà e incertezze. Dio è una figura di attaccamento sempre pronta e disponibile, e le persone riterrebbero questo aspetto favorevole, speciale e specifico, a differenza di chi invece non avrebbe insignito Dio di questo compito. Credere di parlare, attraverso la preghiera, con un Dio immediatamente presente e accessibile è chiaramente un parallelo con la teoria dell’attaccamento, in cui al bisogno di fame, a esempio, si piange e si richiama l’attenzione di una figura di attaccamento preferibilmente “accessibile” e “vicina”.

La fede è stata identificata come fattore protettivo contro l’ansia e la paura, e direttamente proporzionale a un grosso senso di padronanza e di responsabilità personale. L’attaccamento a Dio è stato fortemente associato a variabili relative alla salute mentale e quindi fisica, dato l’inestricabile legame che esiste tra mente e corpo.

Bowlby, nella sua teoria dell’attaccamento ritiene i modelli delle figure di attaccamento e quelli del sé complementari: bambini che credono che le loro figure di attaccamento li amino, si prendano cura di loro e li proteggano, percepiscono sé stessi come amabili, meritevoli di cura, protezione e attenzione. Allo stesso modo persone che descrivono Dio come amabile e caritatevole esibiscono livelli più alti di autostima e rappresentazioni di sé più positive.

Le descrizioni che i fedeli enumerano di Dio in alcune ricerche, mostrano nella maggior parte dei casi attributi positivi: amabile, protettivo, confortevole, forte, onnipotente, e chi non vorrebbe una figura di riferimento con queste caratteristiche?! È probabile che dietro l’assunzione di determinate convinzioni e pensieri religiosi vi sia la ricerca di figure di attaccamento per la propria vita che abbiano in sé queste caratteristiche, siano esse appartenenti al genere umano o siano entità soprannaturali e benevole.

In continuità con quanto postulato con la teoria dell’attaccamento rispetto alle relazioni amorevoli degli adulti, si è trovato che persone che descrivevano sé stesse come sicure nelle relazioni amorose, descrivevano Dio come più benevolo e caritatevole e meno distante, rispetto a chi intratteneva relazioni intime in modo “evitante”. Sorprendentemente un attaccamento adulto evitante è stato associato a individui con posizioni sulla religione agnostiche o ateistiche.

Non stupisce a questo punto che nel mondo siano tantissime le persone che hanno deciso di camminare a braccetto con il proprio credo religioso. I dati tratti da una fonte cristiana (2001 World Christian Trends) rilevano più di 6 miliardi di religiosi nel mondo (la maggior parte cristiani e musulmani), un dato eccezionalmente alto e che alla luce delle argomentazioni precedenti assume un valore psicologico chiaro e non sottintendibile.

Invito chiunque volesse approfondire l’argomento a consultare: “The problem of “god” in psychology of religion: lonergan’s “common sense” (religion) versus “theory” (theology)” di Daniel A. Helminiak, pubblicato sul volume 52 di Zygon, nel 2017;; “Religion and Spirituality: Unfuzzying the Fuzzy”di Brian j. Zinnbauer del 2014; “An Attachment-Theory Approach to the Psychology of Religion”di Lee A. Kirkpatrick pubblicato nel 2009 sul The international journal for the psychology of religion;“The Benefits from Marriage and Religion in the United States: A Comparative Analysis Author(s)” di Linda J. Waite e  Evelyn L. Lehrer del 2003 pubblicato su Population and Development Review. Chi invece volesse approfondite il tema della teoria dell’attaccamento può leggere la opere di Bowlby , in primis,  “ Una base sicura”.