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Psicologia e Sport: la mente oltre il corpo

Steven Spinello Psicologo Psicologia Sport La Mente Oltre Il Corpo

Lontani dalle esagerazioni che lo sport spesso ingenera al giorno d’oggi, sono innumerevoli i benefici e le motivazioni psicologiche che riguardano il rapporto direi “atavico” tra uomo e sport (esercizio fisico); alcune considerazioni riguardano l’aspetto sociale, altre quello psicologico e della personalità.

Premetto di essere una persona che non pratica sport, anche da bambino non ero attratto minimamente dagli eventi sportivi sia diretti che indiretti. Ho sempre osservato con ammirazione tutte le persone, per me importanti, che invece avevano un rapporto diverso con lo sport; oggi è a loro che cerco di dedicare queste riflessioni.

Rispetto alle motivazioni che spingerebbero le persone a praticare uno sport si potrebbe far riferimento a una serie di costrutti della psicologia decisamente importanti. Una prima riflessione, di stampo psicoanalitico, correlerebbe la propensione a praticare uno sport alla tendenza inconsapevole dell’uomo a mantenere un equilibrio tra due suoi istinti fondamentali, uno rivolto all’aggressività e uno legato al piacere. Lo sport infatti descriverebbe un ottimale tentativo di scaricare buona parte della sua “dose istintuale” di aggressività, in modo non pericoloso, senza arrecare danno alcuno e in modo del tutto consentito e regolamentato; lo sport infatti prescrive regole comportamentali e limiti che lo sportivo è tenuto a rispettare se volesse praticarlo.

Si potrebbero cogliere delle similitudini con la prospettiva cognitivo-evoluzionista sui sistemi motivazionali interpersonali, ipotizzando che lo sport darebbe sfogo al sistema motivazionale interpersonale agonistico in maniera simulata. Il sistema motivazionale agonistico è un insieme di comportamenti innati che si attiverebbero automaticamente per esercitare il proprio potere di dominanza, infliggendo agli altri sottomissione e resa: segnali che disattiverebbero questo sistema motivazionale. Una competizione sportiva, a squadre a esempio, attiverebbe questi sistemi motivazionali simulando una sorta di “sfida” non pericolosa di potere e quindi all’esercizio controllato di questo importante sistema motivazionale, che se non allenato e maneggiato scrupolosamente rischierebbe di condurre al suo uso improprio con conseguenze future potenzialmente pericolose.  In questa versione l’agonismo riprodurrebbe più un confronto che una sfida,contribuendo a migliorare l’immagine che ogni sportivo ha di sé stesso.

Probabilmente si potrebbe accostare la motivazione a praticare uno sport al bisogno di autorealizzazione della piramide dei bisogni di Maslow che riserva a questo bisogno una posizione alta della piramide, possibile a esaudirsi solo dopo il soddisfacimento di altri bisogni fondamentali (fisiologici, di sicurezza, etc…). Lo sport metterebbe alla prova lo sportivo confrontandolo con gli altri, ma anche con sé stesso e con i suoi limiti. Aspetto non trascurabile è, nel caso degli sport di squadra, la realizzazione di bisogni di affiliazione e di appartenenza che permetterebbero allo sportivo di sentirsi parte integrante di un gruppo di pari che condivide gli stessi obiettivi e le stesse finalità; intesserebbe inoltre delle amicizie e delle relazioni che accrescerebbero il suo “bagaglio” sociale e amicale.

Come una qualsiasi altra azione umana l’emozione occupa un posto di rilievo anche nelle pratiche sportive. Il coinvolgimento in attività sportive e agonistiche attiverebbero uno stato fisiologico ed emotivo intenso chiamato “arousal”, che in maniera adattiva si accompagnerebbe a un consequenziale rilascio di endorfine, un aumento della frequenza cardiaca, della pressione arteriosa e della respirazione, per mantenere equilibrate le prestazioni fisiche necessarie all’espletamento dell’esercizio. Le prestazioni migliori crescerebbero proporzionalmente alla crescita dell’arousal (medio) fino a un punto critico in cui invece le prestazioni tenderebbero a diminuire (arousal alto); questo punto critico non è descritto de caratteristiche generali ma varia al variare dell’individuo e delle sue peculiarità o esperienze sportive pregresse. La presenza dell’emotività nelle attività sportive conferisce a queste ultime piacere e soddisfazione, utili catalizzatori della prestazione che aggiungerebbero alla potenziale vittoria o al superamento di uno standard personale il vantaggio del compiacimento. Un ingrediente dell’attivazione fisiologica in grado di aumentarne gli effetti è la presenza di spettatori che faciliterebbe la prestazione se il compito dell’attività fosse familiare allo sportivo, ma potrebbe essere deleterio se il compito fosse astruso e poco conosciuto. Una pressione eccessiva del coach, del pubblico o di un familiare potrebbe produrre i medesimi risultati spiacevoli.

Spesso lo sport è indissolubilmente legato al gioco, che in generale incarna un momento fondamentale per la vita della persona in cui si sperimentano ruoli, compiti, si mettono in atto fantasie e simboli; questo accostamento aumenta la piacevolezza emotiva dell’esercizio dello sport arricchendone i vantaggi.

Ogni sport, oltre a un contenuto manifesto ne contiene uno simbolico che si combinerebbe ad alcune caratteristiche della personalità di chi li pratica: la scherma, il pugilato, il tennis, la lotta, le arti marziali, nascondono simbolicamente le necessità di dimostrare il proprio potere nei confronti dell’avversario sia direttamente (pugilato) che indirettamente (tennis); il calcio, il basket, la pallavolo, avrebbero l’obiettivo di conquistare il territorio della squadra avversaria, come se si fosse in guerra, attraverso la capacità di cooperazione dei membri del proprio team che ambirà a obiettivi di coesione e collaborazione massima per vincere il match; gli esercizi di atletica invece metterebbero alla prova una specifica abilità dell’individuo che cercherà di vincere i propri limiti sia fisici che motivazionali; chi ama le sfide con la natura e l’esplorazione sceglierà di praticare sport limite come il windsurf, la vela, l’alpinismo, mentre chi vorrà lottare contro le proprie paure, rischiando spesso la propria vita deciderà di praticare sport come l’automobilismo o il paracadutismo.

Tra i fattori psico-biologici che muovono l’agire dell’individuo verso uno sport vi sarebbe il bisogno di mantenere l’equilibrio neurologico attraverso la scarica motoria dei muscoli che verrebbero attivati in modo vicendevole e contemporaneo.

Un fattore spesso determinante è rappresentato dal concetto di “sfida con sé stesso”e dalla possibilità di cavarsela da soli, aspetti questi, che favorirebbero una crescita dei livelli di autostima della persona e conseguentemente una padronanza e sicurezza di sé notevoli che forgerebbero la personalità della persona in modo ferreo e irremovibile, generalizzandosi anche in situazioni differenti da quelle sportive. Spesso si tratta di sportivi che lavorano per migliorare le loro prestazioni a prescindere dal risultato finale; la propria prestazione verrebbe analizzata al “microscopio” e a volte messa in discussione criticamente per essere poi corretta e adattata all’obiettivo.

Lo sport e l’attività fisica rappresenterebbero un fattore in grado di ridurre i livelli di ansia di chi li pratica. Nello specifico, attività fisiche ritmiche, individuali, aerobiche e non competitive (ciclismo, nuoto, camminata lenta e veloce, corsa) sono associate al decremento della tensione e dello stato ansioso delle persone. In una ricerca della fine degli anni 80 di Berger e collaboratori il rilassamento provocato da una sessione di jogging si era dimostrato superiore al rilassamento indotto dalla lettura di un libro. Il jogging e la corsa si sono rivelati utili nel decremento dei livelli della sintomatologia depressiva.

Dalle argomentazioni esposte in precedenza si evince che lo sport e le attività sportive in genere, appartengono all’essere umano in modo viscerale; i vantaggi nel praticare uno sport che come tutte le cose del mondo va realizzata con un forte spirito di moderazione, sono inverosimili e ampiamente dimostrati. Agli occhi dei pigri come me, adesso, lo sportivo si colora di una luce diversa, nuova e ammaliante che inviterebbe chiunque altro a testarne uno confacente alle proprie abilità e caratteristiche personali, a godere degli stessi benefici esperiti dagli sportivi, a mettersi alla prova, a sfidare se stessi e a fortificare la propria sicurezza personale.

Completi ed esaustivi spunti di riflessioni sono rintracciabili nel capitolo “Psicologia, sport e società” curato dal collega Michele Venanzi, nel libro “Elementi di scienze motorie e sportive” di Garozzo e Mondonini del 2014 e pubblicato da Editrice Padus;  l’articolo “Understanding the Positive Social Psychological Benefits of Sport Team Identification: The Team Identification–Social Psychological Health Model” di Daniel Wann del 2006, pubblicato dall’American Psychological Association; “The Psychological and Social Benefits of Sport and Physical Activity” di Leonard Wankel e Bonnie Berger del 1990, pubblicato sul Journal of Leisure Research.

Per un approfondimento sui sistemi motivazionali interni, invito alla lettura della pietra miliare “La dimensione interpersonale della coscienza” del compianto Giovanni Liotti del 1994, pubblicato da Carocci Editore.