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Il perdono, una potentissima arma di liberazione

Perdono Stevenspinello

Imparare a perdonare dovrebbe essere una prerogativa personale essenziale, lontana dai soliti stereotipi che riguardano la debolezza di chi perdona, l’oblio dello sgarbo e l’automatico riavvicinamento. Perdonare cela una serie di vantaggi inimmaginabili che è utile conoscere e maneggiare.

Sarà capitato a tutti, diverse volte, di riflettere sulla possibilità di perdonare qualcuno che ci ha causato un grosso dispiacere. E sarà anche capitato di pensare allo sgarbo o a chi lo ha perpetuato, incessantemente e ossessivamente.

È evidente che il ventaglio delle situazioni è ampissimo, come è vasta la varietà di atteggiamenti possibili di fronte al torto subito e questo dipende sicuramente dalla personalità della persona e dal suo bagaglio esperienziale, anche nel fronteggiare vicessitudini passate.

Il perdono è stato un argomento approfonditamente indagato e studiato. Donovan e colleghi nel 2017, hanno cercato di “costruire” un modello in grado di rappresentare i processi psicologici interpersonali del perdono individuando componenti inestricabilmente collegate e influenzabili. Innanzitutto, una caratteristica che facilita il perdono è il rapporto di vicinanza che intercorre tra chi subisce un torto e chi lo agisce; sembra ovvio, ma quando a trasgredire è una persona a cui siamo legati si crea una sorta di conflitto interno che si cercherebbe di arginare trovando delle “giustificazioni” o illusioni positive, utili a lenire gli effetti delle emozioni negative scatenate dalla trasgressione: più il trasgressore è vicino a noi, maggiore sarà il desiderio a mantenere una relazione con lui. Se rapporto di vicinanza e desiderio a mantenere una relazione sono presenti e intervengono contemporaneamente, entra in gioco il terzo fattore, ossia il ragionamento motivato che comprende empatia, percezione dell’altro in una veste positiva e l’improbabilità che ciò che ha fatto potrebbe ricapitare. Se tutte queste caratteristiche psicologiche ci sono, ecco che con molta probabilità il perdono avrà luogo.

Va da se che il perdono è un processo mediato da componenti affettive, cognitive, motivazionali e solo alla fine comportamentali.

Le ragioni psicologiche per cui bisognerebbe perdonare (anche se stessi ovviamente, non necessariamente una persona “altra” da se) sono molteplici e riguardano la riduzione dell’ansia, della depressione, dello stress; si ridurrebbe la tensione muscolare e diminuirebbero i rischi di problemi cardiaci; si ricostruirebbe la propria autostima poichè perdonare permetterebbe il cambiamento del proprio punto di vista anche su se stessi e non necessariamente sull’altro. Ricerche hanno dimostrato la correlazione tra il rancore e la ruminazione (incessante vagare dei propri pensieri in maniera circolare) e alti livelli di stress, e di conseguenza, bassi livelli di stress per le persone più indulgenti.

Un’altra ricerca pubblicata nel 2017 sul “Journal of Psychology” da Dengel e colleghi, ha indicato nel perdono un fattore protettivo contro il comportamento suicidario, in quanto permetterebbe agli individui di aumentare i livelli di accettazione delle esperienze negative diminuendo lo stress associato e permettendo la costruzione di un personale punto di vista sul mondo, più positivo e aperto.

Sono tanti i falsi miti che purtroppo aleggiano nelle menti di chi si sente refrattario al perdono. Innanzitutto perdonare non significa compiere un esercizio meramente altruistico, perché come abbiamo discusso in precedenza fa più bene a chi lo compie che a chi lo riceve. Spesso si aspetta che l’altro faccia una mossa in avanti prima che lo si possa perdonare ma questo significherebbe perdere un po’ il controllo di se stessi.

Perdonare, inoltre, non sta per nulla a simboleggiare l’accettazione positiva della malefatta, quanto piuttosto a mozzare di netto la zavorra poderosa di emozioni negative collegate al torto, al rimuginio e al continuo pensiero, deleteri per il nostro benessere psicologico.

Pensiamo a quante lezioni potremmo imparare da questo evento turbolento. Se non accettassimo l’esperienza negativa, perdonando appunto, forse, non avremmo mai nessuna consapevolezza di quello che è successo. Perdonare non significa dimenticare il male che ci è stato fatto ma accettarlo in quanto tale e andare avanti. Rimuginare incessantemente blocca la persona a un tempo presente che mai vedrà luce del futuro. Perdonare significa “mettere la prima” e andare avanti con la consapevolezza di quello che è stato, ma non di ciò che sarà, dal momento che nessuno potrà mai assicurarsi del fatto che mai più ricapiterà una cosa simile.

Altra considerazione, per nulla automatica, è la riconciliazione con chi ci ha ferito che non è assolutamente necessaria perché il perdono venga messo in atto.
Il perdono di cui parliamo, anche se alle volte potrebbe diventare compassione e riconciliazione, riguarda principalmente se stessi, quando si rilasciano tutte quelle sensazioni negative e tossiche proprie del rancore.

Se aspettassimo di essere indulgenti solo dopo aver capito il senso di quello che è stato, del motivo che ha spinto l’altro a comportarsi in quel modo, potremmo non perdonare mai; perché il senso alle volte non esiste oppure non c’è un motivo specifico che ha influenzato la condotta dell’altro.

Va da se che il perdono non è assolutamente un segno di debolezza: si tratta di un processo lungo e dispendioso, che se agito, potrebbe produrre numerosi vantaggi.

Non disperi chi crede di essere assolutamente incapace a perdonare, perché è possibile modificare questa disposizione personale sia da soli che con l’aiuto di un professionista. Un esempio è il modello di Enright, che sostanzialmente individua quattro fasi principali: la prima è lo svelamento delle emozioni negative che hanno accompagnato l’evento avverso; la seconda è la fase del perdono secondo le accezioni e le caratteristiche trattate precedentemente; la terza è la comprensione delle motivazioni che potrebbero aver spinto la persona a comportarsi in quel modo; la quarta, e forse la più impegnativa, riguarderebbe la scoperta dell’empatia e della compassione per il trasgressore.

Perdonare è adattivo, necessario, un percorso obbligato per chi vuole riappacificarsi con se stesso, alleggerirsi e star bene  imparando dal proprio passato.

Sembra difficile ma non è impossibile, e come tutte le capacità della persona può essere appresa, allenata, e nasconde dei risvolti indiscutibilmente positivi per il proprio benessere psicofisico.

Perdona, non perché loro meritano il perdono, ma perché tu meriti la pace.” (Anonimo)

Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento consiglio la lettura dei seguenti riferimenti bibliografici: “Forgiveness and Suicidal Behavior: Cynicism and Psychache as Serial Mediators” di Dangel e colleghi del 2017 sul Journal of Psychology; “Exploring the psychological processes underlying interpersonal forgiveness: The superiority of motivated reasoning over empathy” di Donovan e Priester del 2017 sul Journal of Experimental Social Psychology; “Forgiveness can improve mental and physical health Research shows how to get there” del 2017 di Kirsten Weir su APA; “Forgiveness A Sampling of Research Results” di Denmark e colleghi del 2006 su APA; “Forgiveness is a Choice” di Robert Enright del 2001 su APA.