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Omosessualità: quando il “Coming Out” rappresenta un’opportunità

Omosessualità Coming Out Steven Spinello Psicologo

Nessuno può pensare oggi che l’omosessualità sia una scelta; nessuno può pensare che provare a costruire la propria identità sessuale dopo averne preso consapevolezza sia semplice e nessuno mai può mettere in discussione che il “Coming Out” rappresenti una sorprendente opportunità.

Settimane fa leggendo la “Repubblica” mi sono imbattuto in una notizia decisamente sconvolgente: “Napoli, botte e ustioni: 14ennne gay denuncia mesi di violenze in famiglia”(28 Febbraio, La Repubblica). Ora, non voglio entrare nel merito della vicenda specifica perché non ne conosco i particolari, dettagli, storia, etc… ma voglio provare a ragionare sul tortuoso percorso psicologico che la persona omosessuale deve attraversare sia prima che dopo il “coming out”, ossia la rivelazione della propria omosessualità alle sue persone significative. È innegabile che in Italia non ci troviamo proprio in una condizione socio culturale ottimale, pronta ad accogliere la milionata di omosessuali presenti su tutto il territorio. L’ultima ricerca ISTAT del 2012 della Sabbadini parla del 2,5% della popolazione; oggi il dato sembra essere decisamente in crescita visti i più recenti dibattiti sulle unioni civili e sui diritti conseguenti, che in qualche modo legittimano un po’ di più agli occhi di tutti (forse) l’omosessualità.

Partiamo dal presupposto, ormai scientificamente dimostrato, che essere omosessuali non è una scelta, per cui secondo logica, sarebbe inopportuno inferire delle colpe a chi non prende consapevolmente una certa decisione; di riflesso sarebbe per esempio condannabile chi commette un omicidio o un furto perché lo sceglie consapevolmente. Scacciata l’ipotesi della scelta dell’orientamento sessuale proviamo a immaginare la sequela di emozioni contrastanti che si avvicendano nella persona che decide di rivelare la propria omosessualità alla propria famiglia o ai propri amici. Prendendo come spunto di riflessione gli studi e le ricerche di Eli Coleman sugli stadi di sviluppo del processo di Coming- out, suddividiamo queste fasi in cinque, sottolineando che ogni persona vive queste fasi a suo modo con i propri tempi e  difficoltà.

La prima fase è definita FASE del PRE-COMING OUT e si riferisce a quel particolare momento in cui la persona inizia a prendere contatto con il proprio orientamento sessuale e spunta un, seppur non strutturato, barlume di consapevolezza. Le reazioni a questa scoperta sono negative, di rifiuto, di repressione e sono quasi certamente causate dalle “regole auree” trasmesse indirettamente dalle nostre società e le nostre famiglie e di cui spesso paradossalmente, anche la persona omosessuale è portatrice. Nasce un profondo senso di inferiorità, si sentono rifiutati (anche se ancora non è successo nella pratica, avviene tutto nel complesso sistema delle aspettative), non si piacciono, si sentono incapaci e si prefigurano un futuro di isolamento forzato. In questa fase vi è la convinzione che se mai provassero a rivelarsi verrebbero immediatamente etichettati, stigmatizzati, e da questa idea prevalente verrebbero fuori il diniego e il rifiuto per il proprio orientamento sessuale. Vi è in questa fase un grosso conflitto tra la consapevolezza del proprio orientamento sessuale e le automatiche reazioni di diniego, rifiuto e repressione. Non vi è ancora una chiara e strutturata identificazione con le persone omosessuali.

La seconda fase, a mio avviso decisiva, è quella del vero e proprio COMING OUT. È un momento di riconciliazione con la propria sessualità. Il conflitto precedente sembra essersi risolto, per cui la persona si identifica con il proprio orientamento sessuale ed è pronta a rivelarsi agli altri (non tutti, solo alcuni, solo i significativi). La propria identità sessuale inizia a strutturarsi secondo il proprio orientamento sessuale ormai evidente e sdoganato e qualora al coming out seguissero degli echi positivi di accettazione, rispetto e comprensione, si proseguirebbe il cammino per un adattamento psicologico efficace. Se invece, conseguissero atteggiamenti di rifiuto, giudizio e screditamento, la persona si sentirebbe sprofondare nel baratro dal quale era venuta fuori e ritornerebbe alla fase precedente con ben più gravi conseguenze in termini di disillusione, bassa autostima e depressione: “Nessuno mi accetta, neanche chi mi vuole bene, figuriamoci gli altri!”. Sottolineo che non intendo sottovalutare l’effetto, a volte “devastante”, del coming out sui familiari che hanno di certo bisogno di tempo per sconfiggere le resistenze, i timori, le paure e le disillusioni riguardo alle loro aspettative sul familiare; potrebbe sicuramente volerci del tempo; d’altronde un percorso analogo è stato attraversato dalla persona che ha deciso di dichiararsi. Mi sento invece di affermare che sarebbe auspicabile un percorso di elaborazione, che se necessario potrebbe avvalersi del professionista, e soprattutto uno stimolo all’informazione anche critica del mondo omosessuale che bypassi gli stereotipi ormai desueti collegati all’omosessualità: HIV, Gay Pride, perversioni sessuali, pedofilia.

La terza fase che segue il Coming out è la fase dell’ESPLORAZIONE in cui la persona sperimenta la propria nuova identità sessuale, a prescindere dall’età in cui si arriva a questo momento cruciale. Corrisponderebbe alla sperimentazione che avviene di solito durante l’adolescenza e per la quale sembra essere quasi “permesso” dal sistema socio culturale di riferimento. Se a questa fase si arrivasse a un’età, definita dai più, incongruente si rischierebbe di essere tacciati di promiscuità o perversione e purtroppo questa idea comune potrebbe inficiare la sana fase di esplorazione qui descritta. Le persone vorrebbero il “permesso” di poter sperimentare e di sapere che non c’è nulla di sbagliato in questo, vorrebbero non vergognarsi.

Una volta terminata l’esplorazione e la sperimentazione, la persona conquista la consapevolezza di poter essere amata e di poter amare e si innesca un bisogno di stabilità innato che condurrebbe alla fase delle PRIME RELAZIONI; qui purtroppo spesso intervengono i dettami della nostra società che mal vede le relazioni stabili delle persone omosessuali(ritenute incerte, instabili, naturalmente impossibili), e tali convinzioni, albergando nei modi vivendi di tutti(anche degli omosessuali) potrebbero trasformarsi in profezie che si auto avverano. Si tratta di prime relazioni spesso vissute con molta intensità, possessività e scarsa fiducia. L’idea circolante è che tutto deve essere perfetto, come se si volesse sfidare chiunque pensasse che quella storia non può funzionare strutturalmente e funzionalmente. Il partner, per reazione, potrebbe sentirsi soffocare di fronte a questi eccessi di possessività e di gelosia e potrebbe desiderare l’indipendenza sconfinando nel desiderio sessuale per altre persone, confermando così il dettame della società. Qualora quindi le relazioni finissero in modo turbolento, si ritornerebbe a una fase di esplorazione (reattiva ed obbligata) poiché “Avevano ragione tutti gli altri…Sono impossibili le relazioni stabili tra gli omosessuali!”. Nel caso opposto, invece, di relazioni che proseguissero nel migliore dei modi, vi sarebbe una graduale remissione di quei comportamenti e atteggiamenti deleteri (possessività, gelosia, ossessione) fino all’evolversi di una relazione sana e matura.

La fase successiva è quella dell’INTEGRAZIONE in cui anche i possibili rifiuti vengono vissuti come una eventuale conseguenza delle relazioni sentimentali. Ci troviamo di fronte, finalmente, a una fase di maturità della propria identità sessuale che si struttura e si trasforma sedimentandosi.

Ciò che in modo ottimale dovrebbe fare qualunque sistema è adattarsi alla nuova condizione in maniera equilibrata e costruttiva. Sembra ovvio, ma se si facesse riferimento al valore intrinseco della famiglia, alla sua unicità e la sua rilevanza per il sostentamento ed il benessere di chi ne fa parte, tantissimi di questi dubbi o resistenze verrebbero fugati; di fronte all’obiettivo fondamentale del nucleo familiare, ossia l’amore incondizionato, il rispetto, la lealtà, la sincerità e il pieno rispetto per le scelte dell’altro, a prescindere da quello che pensiamo sia GIUSTO(non normale) e che lo è in termini relativi e non assoluti. Va da se quindi che la priorità di tutti i sistemi che accolgono la rivelazione di una persona omosessuale dovrebbe essere la piena accettazione e la libertà di azione dei nostri compagni di vita, da cui deriverà quasi certamente la sua felicità; perché se non riusciamo a costruire un sistema felice (e noi possiamo contribuire attivamente a crearlo) che senso ha lamentarsi, lavorare, creare legami??

Per chi fosse interessato a approfondire le varie tematiche discusse, consiglio i seguenti riferimenti:

“Developmental Stages of the Coming Out Process” di Eli Coleman, pubblicato nel 1982 sul Journal of Homosexuality; l’articolo “Family adjustment following disclosure of homosexuality by a member: Themes discerned in narrative accounts” di J Beeler et al., pubblicato nel 1999 nel Journal of Marital and Family Therapy; un saggio del sociologo Salvatore Polito del 2006, “Io sono… gay, Coming out, visibilità e coscienza storica degli omosessuali di oggi”; l’articolo “Prevalence of Depression and Anxiety Among Bisexual People Compared to Gay, Lesbian, and Heterosexual Individuals:A Systematic Review and Meta-Analysis” di Lori E. Ross et al., pubblicato a novembre 2017 sull’ Annual Review Of Sex Research Special Issue;