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Il sogno di una scuola in cui si apprendono le emozioni…

Mondo Scuola

Siamo purtroppo da tempo subissati da notizie che riguardano atti di immotivata violenza all’interno di uno dei luoghi che dovrebbero garantire e rappresentare la sicurezza e la tranquillità: la scuola. È possibile abbassare questo trend provando ad associare alla classica progettualità scolastica, dei programmi in grado di promuovere competenze sociali ed emotive trasversalmente fruibili.

Sempre più spesso ultimamente, mi capita di leggere sulle più autorevoli testate giornalistiche, di fenomeni che riguardano la scuola, sia in termini di fattori di rischio che in termini di qualità e quantità dell’intervento didattico. Tra i fattori di rischio mi riferisco, a tutti quei casi estremi di bullismo (ad esempio), o di aggressività eterodiretta (insegnanti, compagni di scuola). Il tema è molto delicato e decisamente importante poiché la scuola è la prima agenzia educativa, che i nostri bambini, ragazzi, incontrano dopo quella familiare e che li accompagnerà fino alla fine del loro percorso maturativo/scolastico. Spesso dimentichiamo che i nostri giovani prima di diventare degli adulti responsabili, dovranno necessariamente attraversare un tortuoso e spesso complicato percorso di crescita, ricco di insidie e complessità emotive. Osserviamo una preliminare fase di destrutturazione a cui segue una fase di ristrutturazione, che prende un po’ del vecchio ed aggiunge un po’ del nuovo: questo “nuovo” potrebbe essere captato dall’ambiente scolastico. Ovviamente qui prenderò in esame solo un aspetto della vita del ragazzo, non dimenticando l’importanza e la rilevanza di tanti altri fattori che sicuramente incidono sulla costruzione personologica del ragazzo (famiglia, amici, etc).
Diverse ricerche si sono occupate di questo delicatissimo aspetto, ma in questo articolo proverò a commentarne alcune in particolare, che mi hanno colpito per la loro apparente ovvietà e banalità. Riflettendoci su, in un secondo momento, sono arrivato alla conclusione, che tanto ovvi e banali non sono alcuni costrutti, perché altrimenti sarebbe inspiegabile il dilagare di eventi in ambiente scolastico, fitti di aggressività, superficialità e scarso senso di progettualità futura. Quali sono, quindi le ovvietà e banalità a cui mi riferivo??
“Scuole che adottano degli specifici programmi educativi, che includono l’acquisizione di competenze sociali ed emotive, mostrano una riduzione dei fattori di rischio più frequenti, come violenza, dipendenze, assenteismo etc, ed un incremento del coinvolgimento scolastico, migliori prestazioni didattiche etc..”
Ovvio, banale ma decisamente fondamentale.
L’impatto di questi specifici programmi sulla costruzione del “giovane uomo” sono evidentissimi. Innanzitutto hanno una legame diretto con il clima scolastico percepito dallo studente, che a sua volta avrà delle ripercussioni sul comportamento “vero” dello studente, anche al di fuori delle mura scolastiche. In queste scuole vi sono delle inversioni di tendenza che riguardano ad esempio, il bullismo, frutto senza dubbio, della percezione dei ragazzi di un clima scolastico positivo. Rispetto al clima scolastico percepito dagli studenti vi sono parecchie altre ricerche che approfondiscono la connessione tra l’aggressività e un clima scolastico negativo, cui seguirebbero delle prestazioni didattiche “non eccellenti”. Un clima scolastico positivo è da intendersi come un fattore protettivo della sfera emotiva e comportamentale degli studenti. Esistono infatti delle altre evidenze che esaminano le connessioni tra sintomi depressivi ed ansiogeni e il clima scolastico negativo. Ricordo ai più, che la comparsa di tali sintomi potrebbe influenzare tutta l’esistenza del ragazzo (famiglia, gruppo di pari..) sfociando alle volte, in altrettanti eventi, spesso drammatici (che tratterò in altri articoli).
Il substrato teorico di questi programmi, affonda le basi sull’idea che un giovane si sente bene quando si impegna in azioni positive, che questi programmi cercano di sollecitare e stimolare. Sono per cui interconnesse tra loro, azioni “positive” ed emozioni positive che modificano l’assetto emotivo del giovane, migliorandolo. Gli obiettivi specifici di questi programmi si rendono evidenti nell’accrescimento nel ragazzo dell’autostima, della capacità di prendere delle decisioni, dell’acquisizione di competenze sociali e relazionali trasversali o nell’acquisizione di un duraturo senso di autodeterminazione. I temi di discussioni di questi programmi sono i più svariati, taluni si concentrano sul tema dell’identità personale, altri sull’importanza della propria igiene personale, altri ancora sul pensiero creativo, sul concetto di responsabilità, di onestà.
Sembra quindi chiaro e lampante che se vogliamo veramente incidere sulla vita dei nostri ragazzi, un ambito di intervento privilegiato è sicuramente quello scolastico, che sappiamo essere particolarmente rilevante, soprattutto se pensiamo a tutti gli ambiti di vita che il giovane si trova a fronteggiare una volta uscito da scuola. Si tratta di competenze trasversali che vengono esperite, allenate e vissute in un ambiente privilegiato e poi in tutti gli altri a cascata. Ripensare all’obiettivo educativo delle scuole, associando l’apprendimento di queste considerevoli abilità, non sarebbe fuori luogo o inappropriato, anche perché ad un clima scolastico positivo farà seguito, con molta probabilità, un adulto capace, competente, preparato, e soprattutto predisposto ad affrontare al meglio, le sfide che gli si porranno davanti, e questo aspetto, trovo, sia perfettamente in linea e trasversale a tutti gli obiettivi scolastici generali.

Suggerisco per chi volesse approfondire il tema discusso fin qui, la lettura dell’articolo “The impact of the positive action program on substance use, aggression, and psychological functioning: Is school climate a mechanism of change?”, di Katie Cotter Stalker, Qi Wu, Caroline B.R.Evans e Paul R.Smokowski, pubblicato il mese scorso.